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Sanità piemontese, il processo si è fermato prima ancora di partire

Ricusazione della giudice e rinvio al 6 marzo per il maxi procedimento sui conti della Città della Salute. Sedici ex vertici imputati per dieci anni di bilanci contestati: sotto accusa intramoenia, crediti inesigibili e un disavanzo che supera i 120 milioni

Sanità piemontese, il processo si è fermato prima ancora di partire

Sanità piemontese, il processo si è fermato prima ancora di partire

In aula a Torino questa mattina avrebbe dovuto cominciare il dibattimento contro 16 tra ex direttori generali e dirigenti della Città della Salute, chiamati a rispondere di fatti che hanno coperto un arco temporale lungo dieci anni, dal 2013 al 2023. Falso ideologico, truffa, irregolarità contabili: accuse che, se confermate, disegnano un quadro pesantissimo per il più grande polo sanitario del Piemonte, quello che per tutti significa Molinette, Cto e – per un periodo – anche Regina Margherita e Sant’Anna. Soldi pubblici. Soldi dei piemontesi. Anno dopo anno.

E invece? Tutto si è fermato.

Davanti alla giudice Maria Merlino, arrivata a Torino dopo l’esperienza a L’Aquila, il processo non è entrato nemmeno nel merito. A bloccare l’ingranaggio è stata un’eccezione sollevata dalla difesa. L’avvocata Beatrice Rinaudo, che assiste l’ex direttore amministrativo Andreana Bossola, ha presentato istanza di ricusazione nei confronti della giudice. Un atto che ha congelato l’udienza e ha spostato la decisione alla Corte d’Appello.

La questione è nata da un precedente passaggio. Prima della Merlino, il fascicolo era stato assegnato alla giudice Giulia Maccari, che aveva scelto di farsi da parte per ragioni personali: l’ex coniuge è il pubblico ministero Mario Bendoni, titolare dell’accusa insieme alla collega Giulia Rizzo. Una scelta di opportunità che aveva già rallentato il cammino del procedimento. Ora la difesa ha sostenuto che l’eventuale incompatibilità non avrebbe riguardato solo la singola magistrata ma l’intera sezione del Tribunale. Una tesi che è stata rimessa ai giudici d’appello.

Tradotto: udienza lampo, fascicolo spedito in Corte d’Appello, nuova data fissata al 6 marzo. Nel frattempo il processo è rimasto sospeso.

E non è un dettaglio. Perché qui non si discute solo di cavilli. Se la ricusazione venisse accolta più avanti, magari dopo anni di dibattimento, il rischio sarebbe stato quello di vedere saltare tutto. Meglio chiarire subito, hanno sostenuto le difese, che trascinarsi un vizio potenziale fino alla Cassazione. Ma intanto il tempo continua a correre.

E il tempo, in un procedimento che ha affondato le radici nei primi anni del decennio scorso, non è neutrale. Per le contestazioni più datate – quelle che riguardano la gestione dell’allora direttore generale Gian Paolo Zanetta – la prescrizione non è un’ipotesi remota, ma sta proprio dietro l’angolo.

Gian Paolo Zanetta

Gian Paolo Zanetta

Secondo il castello accusatorio, la gestione contabile sotto esame avrebbe prodotto un buco milionario nei conti aziendali. Sotto la lente degli inquirenti è finita la gestione della libera professione intramoenia. Per anni – sostengono i magistrati – nessuno ha chiesto ai medici che hanno svolto attività privata in intramoenia di versare la quota del 5% prevista dalla legge Balduzzi. Una percentuale dovuta per legge e mai incassata, che nel tempo ha contribuito ad allargare un buco milionario. Ma non è l’unica voce contestata: nell’elenco sono comparsi anche ticket sanitari non riscossi e affitti mai incassati, altre poste che avrebbero gonfiato artificialmente i crediti dell’azienda.

Secondo le ricostruzioni investigative, il disavanzo complessivo generato da queste mancate entrate supera i 120 milioni di euro. Tra gli imputati l’ex direttore generale Giovanni La Valle e l’ex direttrice amministrativa Beatrice Borghese.

Lo scorso 5 febbraio, alla prima udienza, erano stati resi noti gli elenchi dei testimoni. Tra gli altri è comparso il nome dell’ex ministro Renato Balduzzi, legato alla norma che ha previsto la trattenuta del 5% sulle prestazioni intramoenia. Ma nella lista spicca soprattutto il dottor Marco Romanelli, indicato come testimone chiave proprio sulla questione del mancato versamento di quel 5%. Fino al 2023 delegato dell’Anaao-Assomed, poi transitato al Cimo, nel febbraio 2022 è stato tra i più determinati nel chiedere all’Azienda tutta la documentazione necessaria a chiarire le somme dovute in applicazione della legge Balduzzi. Una richiesta netta, che ha portato dentro al processo anche il tema della trasparenza e dei controlli.

Per la cronaca l’inchiesta non si limita a dire che mancano soldi. Descrive un sistema che, sempre secondo la Procura, ha costruito negli anni bilanci “aggiustati” per attenuare un passivo sempre più ingombrante. E qui la questione diventa ancora più pesante: se è vero che l’azienda ha dichiarato certe cose, allora è necessario capire come sono stati prodotti i documenti, chi li ha compilati, chi li ha avallati e chi li ha firmati. Il punto non è soltanto la voce “intramoenia”, ma l’intera catena di controllo. Nel mirino anche il collegio sindacale, accusato di non aver visto o di non aver segnalato.

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Per dieci anni la Città della Salute ha raccontato una favola: bilanci in ordine, intramoenia efficiente, obiettivi raggiunti e premi di risultato distribuiti con generosità. Una narrazione così impeccabile da risultare quasi commovente, se non fosse che, secondo i pm Giulia Rizzo e Mario Bendoni, era il frutto di un gigantesco gioco delle tre carte. Quello che si mostrava non corrispondeva a ciò che c’era davvero, e ciò che c’era davvero non veniva dichiarato. Altro che eccellenza sanitaria: l’unica cosa davvero performante, qui, pare fosse la fantasia amministrativa.

Sedici tra manager e dirigenti dovranno rispondere di falso in bilancio e danno erariale. Secondo la Procura di Torino, per un intero decennio l’azienda avrebbe costruito bilanci “creativi”, trasformando crediti inesigibili in incassi virtuali e cancellando fondi per far tornare i conti. Il danno stimato oscilla intorno aglii oltre 120 milioni nel complessivo arco temporale. 

Il meccanismo, dicono gli inquirenti, era tanto semplice quanto efficace. Si interveniva sui questionari Alpi, quelli che dovrebbero monitorare la libera professione. Un ritocco qui, un dato abbellito là, una dichiarazione un po’ più brillante della realtà. Il risultato era una fotografia perfetta, peccato che fosse scattata con Photoshop. A compilare quei documenti c’era Davide Benedetto; ad avallarli Rosa Alessandra Brusco; a firmarli e trasmetterli a Torino e a Roma i direttori generali Gian Paolo Zanetta, Silvio Falco e Giovanni La Valle. Tutti oggi imputati. Ma la domanda vera non è chi firmava, bensì chi non sapeva. Secondo la Procura, praticamente nessuno.

Il danno stimato è di circa 10 milioni di euro, di cui 7,5 legati alla libera professione intramoenia e alla mancata applicazione del decreto Balduzzi. Una trattenuta dichiarata come applicata per anni e che, secondo l’accusa, non lo è mai stata. E i numeri “creativi” non si fermavano qui. Nel 2014 l’azienda dichiarava di disporre di una contabilità analitica sofisticata, in grado di distinguere ogni singola voce di costo. Peccato che, per i pm, quella contabilità non esistesse. Dal 2015 al 2020 veniva certificata l’operatività di un organismo di verifica dell’intramoenia: nella realtà avrebbe funzionato solo nel 2017. Quanto alla trattenuta del 5%, dichiarata come regolarmente applicata, la Procura è netta: non era vero.

Alla prima udienza preliminare la Regione Piemonte si è costituita parte civile – e, paradossalmente, anche responsabile civile – insieme ai sindacati dei medici e all’attuale dirigenza della Città della Salute, che oggi si proclama parte lesa rispetto alle gestioni precedenti. Tutte richieste accolte dal giudice. Una scena surreale: la sanità che litiga con se stessa, chi ieri avallava oggi chiede i danni, chi fino a poco fa difendeva i conti ora si dichiara tradito.

La lista degli imputati sembra la scaletta di un congresso di management sanitario: Giovanni La Valle, Gian Paolo Zanetta, Silvio Falco, Beatrice Borghese, Nunzio Vistato, Valter Alpe, Rosa Alessandra Brusco, Davide Benedetto, Maria Albertazzi. Con loro il collegio sindacale, accusato di non aver visto: Alessia Vaccaro, Renato Stradella, Paolo Biancone, Andreana Bossola, Giacomo Buchi, Andrea Remonato, Giuseppe Antonio Giuliano Stillitano. Una squadra completa, dalla dirigenza ai revisori. Si potrebbe quasi organizzare un seminario su come non controllare un bilancio sanitario.

Sullo sfondo un nome: Thomas Schael. Fu lui, da commissario straordinario, a bloccare l’approvazione del bilancio 2024 dopo aver rilevato un abisso tra conti ufficiali e realtà: un passivo che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe passato da –41 a oltre –55 milioni in poche settimane. Parlò di disordine amministrativo, di numeri instabili, di una struttura incapace di garantire controllo e trasparenza. Si rifiutò di firmare. Fu definito “troppo rigido”. Oggi quella rigidità ha un altro nome: lungimiranza.

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