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Cronaca

Spacca muri e finestre, buca le pareti e semina il panico: 48 ore di inferno nel carcere di Ivrea

Detenuto devasta due celle, crea varchi fino al piano terra e manda un agente in ospedale. L’OSAPP accusa: situazione fuori controllo, personale lasciato solo e istituto usato come contenitore per casi ingestibili

Spacca muri e finestre, buca le pareti e semina il panico: 48 ore di inferno nel carcere di Ivrea

Spacca muri e finestre, buca le pareti e semina il panico: 48 ore di inferno nel carcere di Ivrea

Muri sfondati, termosifoni divelti, agenti che corrono di qua e di là. Non siamo in trincea. Non è il racconto di una rivolta in un carcere sudamericano. Benvenuti al carcere di Ivrea, febbraio 2026.

La sequenza è durata meno di quarantotto ore, ma ha lasciato segni profondi nelle strutture e nel personale. Tutto è cominciato nella mattinata di giovedì 13 febbraio, quando un detenuto italiano ha iniziato a dare in escandescenza, trasformando una sezione in un campo di macerie.

Nel pomeriggio la situazione è precipitata nel reparto osservazione. La cella è stata devastata pezzo dopo pezzo. Il detenuto ha sradicato un termosifone dal muro, lo ha utilizzato per colpire le pareti fino ad aprire un buco nella muratura, ha mandato in frantumi finestre e arredi. Vetri ovunque, calcinacci sul pavimento, suppellettili distrutte. Una scena di distruzione che ha imposto l’intervento immediato della polizia penitenziaria.

Gli agenti sono entrati in un ambiente reso pericoloso da detriti, metallo divelto e tensione alle stelle. Hanno contenuto l’uomo e messo in sicurezza l’area operando in condizioni di evidente rischio. Nella stessa giornata il detenuto è stato accompagnato in ospedale, ma anche lì non è stato possibile calmarlo. Dopo la dimissione è rientrato in istituto ed è stato trasferito al quarto piano.

Sembrava una fase di stabilizzazione. Non lo è stata.

carcere ivrea

Nel primo pomeriggio di venerdì 14 febbraio, intorno alle 14, è esplosa una nuova ondata di violenza. Un’altra cella è stata devastata. Ancora finestre sradicate, ancora arredi distrutti, ancora danni strutturali. Il rumore dei colpi ha attraversato la sezione detentiva, mentre gli agenti intervenivano per evitare che la situazione degenerasse ulteriormente.

Accompagnato nella sala d’attesa, il detenuto ha continuato a dare in escandescenza, riuscendo a crearsi un varco che gli ha consentito di raggiungere la rotonda del piano terra. Solo dopo ulteriori operazioni di contenimento la situazione è stata definitivamente riportata sotto controllo.

Il bilancio è pesante. Un agente di polizia penitenziaria è rimasto ferito durante le operazioni e ha riportato una prognosi di sette giorni. Oltre al danno fisico, restano quelli materiali: celle inutilizzabili, infissi distrutti, murature compromesse. Strutture già provate che ora dovranno essere ripristinate.

Gli uffici superiori sono stati informati per i provvedimenti di competenza. La Direzione, secondo quanto riferito, ha sollecitato interventi e misure adeguate. Ma al momento dei fatti non risultavano risposte operative risolutive.

A denunciare quanto accaduto è l’OSAPP.

«La situazione – commenta il Segretario Generale Leo Beneduci – è pericolosissima. Il silenzio delle autorità è assordante. A rimetterci sono gli agenti di polizia penitenziaria, costretti a intervenire senza strumenti adeguati, senza risorse e con organici insufficienti».

Il sindacato ribadisce la necessità di interventi immediati per garantire la sicurezza del personale e dei detenuti, sottolineando come l’istituto di Ivrea non possa essere utilizzato come contenitore residuale per soggetti particolarmente problematici senza adeguati strumenti e senza un rafforzamento degli organici.

Ora la rivolta è finita. Restano le celle distrutte, un agente ferito, e un carcere che torna a interrogare chi dovrebbe governarne l’equilibrio. Perché quando bastano quarantotto ore per trasformare un piano detentivo in un cantiere di demolizione, il problema non è solo un uomo fuori controllo. È un sistema che continua a camminare sul filo.

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