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Cronaca
07 Febbraio 2026 - 19:02
Cristina Mazzotti, il boia stava fuggendo: ergastolo e manette a “u dutturicchiu”
Il sequestro e l’omicidio di Cristina Mazzotti, uno dei casi più atroci e simbolici degli anni Settanta, continua a produrre strascichi giudiziari anche a mezzo secolo di distanza. A cinquant’anni esatti da quel 10 luglio 1975, quando la ragazza venne rapita mentre era a bordo della sua Mini Minor, arriva infatti una svolta che ha il sapore amaro della giustizia tardiva.
Giuseppe Calabrò, 76 anni, conosciuto negli ambienti criminali come “u dutturicchiu”, è stato fermato dalla Squadra Mobile di Milano mentre si trovava nella periferia Est della città. L’uomo, appena tre giorni dopo la sentenza definitiva che lo ha condannato all’ergastolo per il sequestro e l’omicidio della giovane, stava tentando di lasciare la Lombardia. In tasca aveva già un biglietto per Reggio Calabria, sua terra d’origine, dove – secondo gli inquirenti – avrebbe potuto contare su una rete di appoggi tale da garantirgli una possibile latitanza.

Una fuga che la Procura di Milano non ha voluto rischiare. I pm Paolo Storari, Pasquale Addesso e Stefano Ammendola, valutando la concretezza del pericolo, hanno disposto il fermo prima che Calabrò potesse far perdere le proprie tracce. Una decisione presa alla luce di un profilo criminale che, secondo gli investigatori, non si è mai interrotto con la stagione dei sequestri di persona degli anni Settanta.
Il nome di Calabrò, infatti, non è legato solo al caso Mazzotti. Le carte raccontano una carriera criminale lunga decenni, rimasta attiva anche in tempi recentissimi. Il 76enne compare infatti anche nella maxi inchiesta “Doppia Curva”, che ha scoperchiato l’infiltrazione della ’ndrangheta negli affari delle curve di Inter e Milan, tra estorsioni, controllo dei parcheggi attorno allo stadio di San Siro e una vera e propria faida per il predominio economico, culminata anche in episodi di sangue.
Secondo quanto ricostruito dalla Squadra Mobile, Calabrò avrebbe mantenuto nel tempo un ruolo di assoluto rilievo, continuando a muoversi su un piano di sovraordinazione rispetto ad altri esponenti della criminalità organizzata. “Vantava e vanta, nella sua attualità, una fama criminale che lo porta a interloquire con esponenti di primo piano della criminalità calabrese, sia al Nord che in Calabria”, scrivono gli investigatori negli atti.
Non solo. Per gli inquirenti, Calabrò sarebbe stato anche una sorta di garante per Giuseppe Caminiti, altro nome emerso nell’inchiesta sulle curve, fornendogli protezione affinché potesse gestire con modalità estorsive i parcheggi dell’area di San Siro. Un ruolo tutt’altro che marginale, accompagnato – sempre secondo le indagini – dalla disponibilità a ricorrere alla violenza nel caso qualcuno avesse tentato di mettere in discussione quel sistema di controllo.
Un passaggio del provvedimento di fermo è particolarmente eloquente: “Dalle stesse parole di Caminiti è emerso che Calabrò sarebbe stato disponibile a compiere atti violenti qualora qualcuno avesse messo in discussione la gestione dei parcheggi”. Un’affermazione che restituisce l’immagine di un uomo rimasto fedele, anche in età avanzata, alle regole più feroci della criminalità organizzata.
A confermare l’autorevolezza del personaggio, anche un’intercettazione telefonica emersa nell’inchiesta “Doppia Curva”, in cui un indagato lo descrive come un boss della vecchia guardia: “Comunque lui è della vecchia guardia, bro… uno dei vecchi boss, capito? Se uno sbaglia con Peppe è fottuto, lo sai o no! I sanlucoti sono cattivi”.
Cinquant’anni dopo la morte di Cristina Mazzotti, ritrovata senza vita il primo settembre 1975 in una discarica di Galliate, nel Novarese, il suo nome continua dunque a incrociarsi con quello di un sistema criminale che non ha mai davvero smesso di operare. Una storia che parla di sequestri, di mafia al Nord, di affari, di violenza e di una giustizia che arriva tardi, ma che – almeno questa volta – è arrivata prima della fuga.
Insomma, “u dutturicchiu” stava per scappare. Ma questa volta la rete si è chiusa prima.
C’è stato un tempo, in Italia, in cui bastava essere figli di qualcuno “che aveva i soldi” per diventare una preda. Erano gli anni Settanta, quelli dell’Anonima sequestri, delle notti senza sonno, dei telefoni che squillavano e delle famiglie che imparavano a convivere con l’idea che lo Stato, spesso, arrivava dopo. Molto dopo.
In quell’Italia lì, il 30 giugno 1975, scompare Cristina Mazzotti. Ha 18 anni, è una studentessa, una ragazza come tante. È appena uscita con amici, festeggia la fine della scuola. Viaggia su una Mini Minor, non immagina che quella sera diventerà un nome destinato a restare nella storia nera del Paese.
L’auto viene bloccata. Gli uomini che scendono non parlano, agiscono. Cristina viene strappata dall’abitacolo, caricata su un altro mezzo e portata via. È l’inizio di un sequestro che durerà settimane e che finirà nel peggiore dei modi.
I rapitori chiedono un riscatto enorme: miliardi di lire. Il padre, Elios Mazzotti, imprenditore, fa tutto quello che gli viene imposto. Non discute, non tratta. Paga. Ma quello che non sa – e che scoprirà solo dopo – è che sua figlia è già morta.
Cristina non viene tenuta in una “prigione” nel senso cinematografico del termine. Viene sepolta viva, di fatto. Rinchiusa in una buca sotto il pavimento di un garage, senza spazio per stare in piedi, con l’aria che arriva attraverso un tubo. Le vengono somministrati farmaci e sostanze per tenerla sedata. Il suo corpo non regge. Muore durante la prigionia, mentre il denaro sta ancora passando di mano in mano.
Il 1° settembre 1975 il suo cadavere viene ritrovato in una discarica a Galliate, nel Novarese. È la fine di una speranza, ma non l’inizio della giustizia. Quella, per arrivare, impiegherà cinquant’anni.
Negli anni successivi ci sono processi, condanne, sentenze parziali. Alcuni membri della banda finiscono all’ergastolo. Ma non tutti. Alcuni nomi restano sullo sfondo, altri vengono protetti dal tempo, dalla paura, dalla difficoltà di dimostrare responsabilità precise in un’epoca senza DNA, senza tecnologie investigative avanzate.
Uno di quei nomi è Giuseppe Calabrò, detto “u dutturicchiu”. All’epoca del sequestro è già inserito in ambienti criminali calabresi. Secondo le ricostruzioni più recenti, non è una comparsa: è uno di quelli che contano. Ma per decenni resta fuori dalle sentenze definitive.
Nel frattempo, però, la sua carriera criminale non si ferma.
Calabrò invecchia, ma non esce di scena. Gli investigatori lo ritrovano, molti anni dopo, dentro un’altra storia nera: quella dell’infiltrazione della ’ndrangheta negli affari delle curve di Inter e Milan, l’inchiesta chiamata “Doppia Curva”. Un mondo fatto di parcheggi controllati con la violenza, estorsioni, faide, omicidi. Un mondo in cui Calabrò viene descritto come un uomo della vecchia guardia, uno che “se sbagli con lui, sei finito”.
È da lì che emerge un dato inquietante: l’uomo accusato di aver contribuito alla morte di una ragazza nel 1975 è ancora considerato autorevole mezzo secolo dopo.
La svolta arriva grazie alle nuove indagini e alle riletture dei vecchi atti. Le prove vengono rianalizzate, le responsabilità ridefinite. E finalmente, nel febbraio 2026, la Corte d’Assise condanna Giuseppe Calabrò all’ergastolo per l’omicidio di Cristina Mazzotti. Cinquant’anni dopo.
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