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Cronaca

Poliziotto massacrato a martellate a Torino: il video della guerriglia per Askatasuna

L’agente del reparto mobile di Padova aggredito con calci, pugni e martelli dopo il corteo per Askatasuna. Ricoverato alle Molinette. Visita del sindaco Lo Russo, dura condanna del Siulp

Poliziotto massacrato a martellate a Torino: il video della guerriglia per Askatasuna

Poliziotto massacrato a martellate a Torino: il video della guerriglia per Askatasuna

Lo hanno colpito a calci e pugni, poi con un martello. Ancora e ancora, con una violenza cieca, insistita, usando tutto ciò che avevano a portata di mano. La scena, ripresa in un video che in poche ore ha fatto il giro dei social e dei telegiornali, ha come vittima Alessandro Calista, 29 anni, agente del reparto mobile di Padova. Era in servizio a Torino per garantire l’ordine pubblico durante la manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, a pochi metri dal campus universitario Luigi Einaudi, quando si è trovato improvvisamente isolato, circondato e aggredito da un gruppo di manifestanti con il volto coperto.

Le immagini mostrano l’agente a terra, colpito ripetutamente con calci, pugni e con oggetti contundenti. Oltre al martello, secondo le ricostruzioni, durante l’assalto sarebbe stata usata anche una chiave inglese, brandita come un’arma impropria. A salvarlo sono stati i colleghi del reparto mobile, intervenuti di corsa per sottrarlo a quello che, per modalità e ferocia, appare come un vero e proprio linciaggio. Pochi secondi, ma interminabili, che raccontano più di molte analisi il livello di violenza raggiunto negli scontri.

Ora Alessandro Calista è ricoverato nel pronto soccorso chirurgico dell’ospedale Molinette, alla Città della Salute di Torino. Ha riportato contusioni multiple su tutto il corpo e una ferita da martello alla coscia sinistra, già suturata. Non è in pericolo di vita, ma resta sotto osservazione. È sposato e ha un figlio, un dettaglio che restituisce una dimensione umana a una vicenda che rischia altrimenti di restare confinata alle immagini e ai comunicati ufficiali. Dopo l’aggressione, l’agente è stato contattato telefonicamente dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e dal capo della Polizia Vittorio Pisani, che gli hanno espresso solidarietà e vicinanza. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, attraverso una telefonata al Viminale, ha voluto far arrivare il proprio messaggio di sostegno.

In tarda serata anche il sindaco di Torino Stefano Lo Russo ha fatto visita all’agente ferito. Intorno alle 22 il primo cittadino si è recato al pronto soccorso dell’ospedale Molinette per portare la propria solidarietà e quella della città di Torino al poliziotto del reparto mobile rimasto ferito durante il servizio. Una visita riservata, lontana dai riflettori, che arriva al termine di una giornata segnata da tensioni e scontri.

L’aggressione al poliziotto dura pochi istanti, ma fotografa con crudezza la guerriglia urbana che per circa tre ore ha messo sotto pressione il capoluogo piemontese. Una violenza organizzata, non improvvisata, esplosa con il calare del buio e concentrata soprattutto nel quartiere Vanchiglia, trasformato per una sera in un teatro di scontri.

Blu, Ugo. Ma anche Kiwi e Mango. Sono alcuni dei nomi in codice con cui i gruppi di incappucciati si chiamavano tra loro mentre attaccavano le forze dell’ordine. Anarchici e autonomi, divisi da sigle e percorsi politici differenti, ma uniti nella pratica dello scontro. Un unico blocco nero che, quando la luce del giorno ha lasciato spazio alle ombre, ha iniziato a muoversi compatto, coordinato, sfruttando la conformazione del quartiere e la conoscenza del territorio.

Il primo fronte si apre lungo il corso, a pochi metri dall’edificio che per quasi trent’anni ha ospitato il centro sociale Askatasuna, sgomberato lo scorso dicembre. Poi gli scontri si allargano alle vie limitrofe, tra il campus universitario, i palazzi residenziali e le strade strette del quartiere. Gli antagonisti avanzano e arretrano, colpiscono e si disperdono, tornano a compattarsi e attaccano di nuovo, anche durante la ritirata.

Vengono lanciate bombe carta, bottiglie, pietre, razzi artigianali costruiti con tubi di metallo. Cassonetti dei rifiuti vengono dati alle fiamme, insieme a un mezzo delle forze dell’ordine. La polizia risponde con lacrimogeni, idranti e cariche di alleggerimento, cercando di contenere gruppi mobili che colpiscono rapidamente e poi si dileguano tra le strade del quartiere.

Quando tutto sembra finito e la tensione si allenta, sul selciato resta una lunga scia di oggetti abbandonati: giacche impermeabili, pantaloni, guanti, caschi improvvisati, gettati via per confondersi tra la folla. Restano soprattutto i segni materiali della battaglia: cocci di bottiglie di vetro ovunque, candelotti di lacrimogeni, massi divelti, fioriere distrutte, arredi urbani danneggiati.

I contatti diretti tra antagonisti e forze dell’ordine sono relativamente pochi, ma estremamente violenti. Tra questi, l’aggressione all’agente del reparto mobile rappresenta il momento più drammatico della serata. Ci sono feriti anche tra i manifestanti, alcuni portati via a braccia dai compagni, altri medicati alla meglio all’interno di portoni e ingressi condominiali.

Durissima la presa di posizione del Siulp, il sindacato di polizia. Il segretario generale Felice Romano parla apertamente di violenza e devastazione e lancia un monito netto: in ogni democrazia i conflitti sociali dovrebbero essere gestiti e risolti dalla politica, ma quando il diritto alla protesta si trasforma in aggressione, devastazione e soprattutto in linciaggio di chi rappresenta lo Stato e la legalità, lo Stato ha il dovere di intervenire per ristabilire la legalità. Romano sottolinea come la chiusura di Askatasuna abbia portato in piazza circa 15.000 manifestanti e come “il finale, visti i prodromi, sembrasse purtroppo già scritto”. Le immagini dell’aggressione, aggiunge, mostrano “delinquenti certi della totale impunità, un branco di codardi che lincia un poliziotto a terra con una violenza inaudita”. Il segretario del Siulp esprime vicinanza “a tutti i colleghi feriti, quasi 70, e in particolare al collega vittima del violento linciaggio”, auspicando che non sia necessaria “un’altra tragedia come quella del collega Raciti” per comprendere chi siano i violenti e chi, invece, quella violenza la subisce.

Il quartiere Vanchiglia vive così una delle sue giornate più dure, una notte di scontri che riporta Torino indietro nel tempo, a scene che non si vedevano da anni. Una guerriglia urbana che lascia feriti, danni, paura tra i residenti e una domanda che rimbalza ben oltre i confini della città: dove finisce il diritto di manifestare e dove comincia la violenza organizzata.

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