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Cronaca

Undici denti estratti senza motivo, l’incubo di una 65enne finisce in tribunale: studio chiuso e condanne a Torino

Trovò i dentisti su Facebook, doveva sistemare un ponte: dopo l’intervento finì in pronto soccorso

Undici denti estratti senza motivo

Undici denti estratti senza motivo, l’incubo di una 65enne finisce in tribunale: studio chiuso e condanne a Torino

Doveva essere un intervento limitato, una semplice correzione estetica a un ponte in ceramica. Si è trasformato invece in un incubo medico e umano che oggi ha trovato un primo punto fermo nelle aule di giustizia. A Torino, una donna di 65 anni, originaria di Genova, si è vista estrarre 11 denti nonostante avesse la bocca sana, finendo poi in pronto soccorso per una grave emorragia. Il Tribunale di Torino ha condannato il titolare dello studio odontoiatrico a un anno e cinque mesi di reclusione per lesioni colpose, truffa ed esercizio abusivo della professione.

La vicenda prende avvio da una ricerca apparentemente banale. La donna aveva individuato lo studio dentistico attraverso Facebook, affidandosi a professionisti che si presentavano come qualificati. «Mi chiesero 8.500 euro per togliere 11 denti con un unico intervento. Una bonifica dentaria totale», ha raccontato la vittima in dichiarazioni rilasciate alla Rai, ripercorrendo i primi contatti con lo studio torinese.

Secondo quanto emerso nel processo, la paziente non presentava patologie tali da giustificare un’estrazione così invasiva. Lei stessa ha spiegato di essersi rivolta ai dentisti per un problema ben diverso. «Dovevo sistemare la ceramica di un ponte, un inestetismo», ha raccontato ancora alla Rai. Ma la risposta ricevuta sarebbe stata allarmante: «Mi dissero che se non fossero intervenuti subito sarei rimasta coi denti in mano».

L’intervento viene eseguito in un’unica seduta. Le conseguenze sono immediate e gravi. Dopo l’estrazione multipla, la donna accusa un’emorragia e viene trasportata in pronto soccorso. Da lì inizia un percorso fatto di ulteriori cure, nuovi interventi e un progressivo peggioramento delle condizioni psicologiche, oltre che fisiche.

Le indagini, avviate dopo la denuncia della vittima, hanno portato al sequestro dello studio dentistico da parte dei Nas e a una ricostruzione dettagliata delle irregolarità. Gli inquirenti hanno accertato che i dentisti avevano operato senza eseguire adeguati approfondimenti strumentali, procedendo con un piano terapeutico non supportato da esami clinici idonei.

Non solo. È emerso che le protesi in resina realizzate successivamente erano difettose e, soprattutto, diverse da quelle descritte nel piano terapeutico iniziale. Un elemento che ha rafforzato l’accusa di truffa nei confronti del gestore del centro.

Il titolare dello studio, oltre alla condanna penale, risultava già depennato dall’Ordine degli odontoiatri, provvedimento scattato per il mancato pagamento delle quote professionali per dodici anni. Un dettaglio che ha contribuito a delineare il quadro dell’esercizio abusivo della professione. Il collega che materialmente ha eseguito le estrazioni è stato invece condannato a tre mesi di reclusione per le lesioni cagionate alla paziente.

Sul piano civile, il tribunale ha disposto una provvisionale di 14 mila euro a favore della donna, in attesa della definizione completa del risarcimento. Una somma che, tuttavia, non può compensare quanto subito. «Continuo a stare male e ho dovuto subire altri due interventi», ha raccontato ancora la vittima alla Rai, aggiungendo: «Ora sono in cura da una psicologa, queste due persone mi hanno distrutta».

Il centro dentistico è stato definitivamente chiuso dopo la denuncia. La vicenda riaccende i riflettori su un tema delicato e sempre più attuale: il ricorso a strutture sanitarie individuate online, spesso attraverso i social network, senza adeguate verifiche sulle qualifiche e sull’affidabilità dei professionisti.

Il caso di Torino mostra con chiarezza come una scelta nata per risolvere un problema estetico minimo possa degenerare in una spirale di sofferenza, danni permanenti e perdita di fiducia. Una storia che oggi trova una risposta giudiziaria, ma che lascia aperte domande profonde sulla tutela dei pazienti e sui controlli nel settore sanitario privato.

Per la donna, resta un percorso di cura ancora in corso. Per la giustizia, un segnale netto contro chi approfitta della vulnerabilità delle persone, travestendo pratiche scorrette da soluzioni miracolose.

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