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Cronaca
28 Gennaio 2026 - 16:57
Undici denti sani rimossi, due dentisti condannati a Torino: “La mia vita è diventata un inferno” (immagine di repertorio)
Faceva il segno della croce con gli occhi bassi, quasi a cercare un appiglio, poi le lacrime quando dalla bocca della giudice è uscita quella parola secca, definitiva: condanna. In un’aula silenziosa del tribunale di Torino, il dolore privato di una donna ligure è diventato vicenda pubblica, con due dentisti chiamati a rispondere di una serie di interventi che, secondo l’accusa, hanno cambiato per sempre la sua vita. «La mia vita resta un inferno, ma finalmente sento di aver avuto giustizia», ha sussurrato oggi, 28 gennaio, subito dopo la lettura della sentenza.
Il tribunale ha condannato il primo imputato a un anno e cinque mesi di reclusione, riconoscendolo colpevole di lesioni, truffa ed esercizio abusivo della professione. Al secondo imputato, accusato di lesioni, sono stati inflitti tre mesi di reclusione. Entrambi dovranno risarcire la paziente con 14.300 euro, somma riconosciuta come provvisionale, in attesa della quantificazione definitiva del danno in sede civile. La donna si era costituita parte civile con l’avvocata Stefania Fusano; l’indagine è stata coordinata dal sostituto procuratore Gianfranco Colace. Alla difesa degli imputati gli avvocati Angela Ventura e Gianluca Soldati. La sentenza è di primo grado e potrà essere impugnata.
I fatti risalgono al novembre 2022. La paziente, residente in Liguria, si era rivolta a uno studio odontoiatrico torinese per quello che le era stato presentato come un intervento risolutivo di alcuni problemi estetici e funzionali. A convincerla era stato soprattutto il preventivo: 8.000 euro, contro cifre che a Genova arrivavano fino a 30.000 euro. Secondo la ricostruzione della procura, uno dei due imputati avrebbe esercitato la professione nonostante fosse stato cancellato dall’Ordine degli odontoiatri e, senza effettuare approfondimenti strumentali o esami radiografici, avrebbe prospettato come unica soluzione una “bonifica dentaria totale”. Un’espressione tecnica dietro cui si nascondeva l’estrazione di undici denti dell’arcata superiore e nove di quella inferiore.
Sempre secondo gli atti, con artifizi e raggiri alla paziente sarebbe stata mostrata l’immagine di una protesi fissa, inducendola a versare un acconto di 3.000 euro. In realtà, le sarebbero stati poi applicati manufatti protesici radiotrasparenti, quindi provvisori, incapaci di garantire una corretta occlusione. Il secondo imputato, secondo l’accusa, avrebbe eseguito poco dopo l’estrazione di undici denti, senza ulteriori accertamenti diagnostici. Denti che, stando alle contestazioni, erano sani.
Il dolore è arrivato quasi subito e non se n’è più andato. In aula la donna ha raccontato una quotidianità stravolta: «Non riuscivo più a parlare, mangiare né dormire. Sono finita in ospedale. Ho lavorato per anni come infermiera e sentivo che qualcosa non andava. Mi sentivo raggirata». Un amico dentista, allarmato dalle sue condizioni, l’ha indirizzata a un altro professionista. Da lì sono seguiti due ulteriori interventi chirurgici nel tentativo di porre rimedio ai danni subiti. «Oggi continuo ad avere dolori, continuo a soffrire. Sono in cura da uno psichiatra perché questa vicenda mi ha distrutta. La mia bocca non è più quella di prima», ha detto davanti ai giudici.
Le difese hanno cercato di ridimensionare il quadro accusatorio, ma la decisione del tribunale ha fissato un primo punto fermo. Il percorso giudiziario, però, non è concluso. Gli imputati potranno presentare ricorso in appello, mentre la partita più complessa si giocherà ora sul piano civile, dove dovrà essere stabilito l’ammontare definitivo del risarcimento. In quella sede, perizie e documentazione clinica torneranno centrali, così come la valutazione dell’impatto permanente che gli interventi hanno avuto sulla vita della donna.
Intanto, per il dentista condannato alla pena più pesante si aprono nuovi fronti giudiziari. È stato nuovamente denunciato perché avrebbe continuato a esercitare la professione nonostante la cancellazione dall’Ordine. A insospettire gli investigatori sarebbe stata una frase pronunciata al termine di un’udienza: «Devo andare in studio». Da lì sono scattati ulteriori accertamenti. Oggi l’uomo risulta indagato per esercizio abusivo della professione anche in questa nuova vicenda e il suo studio è stato sequestrato.
Al di là delle aule di giustizia, questa storia lascia un segno più ampio. Racconta di preventivi stracciati che diventano esche, di promesse di soluzioni rapide e definitive, di diagnosi superficiali mascherate da linguaggio tecnico. E interroga tutti. I pazienti, chiamati a verificare sempre l’iscrizione agli Ordini professionali, a pretendere esami radiografici, a chiedere secondi pareri, soprattutto quando viene proposta l’estrazione di denti sani come scorciatoia. I professionisti, richiamati a un dovere che è prima di tutto deontologico, fatto di trasparenza, informazione corretta e rispetto del principio di proporzionalità nelle cure. Le istituzioni, infine, che devono rendere più semplici e accessibili i controlli e le verifiche per i cittadini.
La giustizia penale ha dato una prima risposta. Resta quella più difficile, la giustizia sostanziale, che passa dal recupero della salute, dalla ricostruzione della fiducia e da un risarcimento adeguato. Perché dietro i numeri di una sentenza, dietro gli articoli di legge, c’è una persona che chiede soltanto di tornare a vivere – e a sorridere – senza dolore e senza paura.

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