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Cronaca
28 Gennaio 2026 - 13:04
Un posacenere lanciato in piazza e il confine tra protesta e reato: otto mesi al giovane del “No Meloni Day”
Otto mesi di carcere, con sospensione condizionale, per un gesto nato nel pieno di una manifestazione e finito al centro di un dibattito giudiziario e politico più ampio. È la condanna inflitta dal tribunale di Torino a un diciottenne che il 27 ottobre 2025, durante il corteo denominato No Meloni Day, scagliò un pesante posacenere contro gli agenti delle forze dell’ordine all’interno della sede della Città metropolitana.
La sentenza non si limita a stabilire una responsabilità penale individuale, ma segna anche un passaggio significativo sul piano giuridico. I giudici hanno infatti accolto la linea difensiva, escludendo l’applicazione del reato autonomo di lesioni a pubblico ufficiale previsto dall’articolo 583 quater del Codice penale, così come modificato tra il 2024 e il 2025. Una norma che, se applicata, avrebbe comportato una pena ben più severa, compresa tra due e cinque anni di reclusione.
Al centro della decisione c’è il criterio di proporzionalità, richiamato esplicitamente dalla difesa. «È stato rispettato il criterio di proporzionalità», ha commentato l’avvocata Valentina Colletta, sottolineando come le lesioni riportate da uno degli agenti siano state giudicate di lieve entità e considerate soltanto come aggravante, non come fattispecie autonoma. Una distinzione che ha inciso in modo determinante sull’esito del processo.
I fatti risalgono a una giornata di forte tensione. Durante la manifestazione contro il governo, alcuni dimostranti erano riusciti a entrare nella sede della Città metropolitana. È in quel contesto che il giovane, da pochi giorni maggiorenne, avrebbe lanciato l’oggetto contundente verso la polizia. L’episodio non provocò conseguenze gravi, ma bastò a innescare una reazione giudiziaria rapida: il ragazzo venne arrestato alcuni giorni dopo e rinviato a giudizio.

In aula, la difesa ha insistito molto sul profilo personale dell’imputato. Uno studente, appena entrato nella maggiore età, che ha manifestato dispiacere per quanto accaduto e che avrebbe agito in preda a una reazione emotiva. Secondo quanto ricostruito nel processo, il gesto sarebbe stato scatenato dall’aver assistito a una scena particolarmente violenta: un altro manifestante bloccato per il collo e colpito alla testa con un manganello. Una versione che non giustifica l’azione, ma che ha contribuito a inquadrarla come un episodio isolato, non frutto di una condotta abituale o premeditata.
La pubblica accusa aveva chiesto una condanna più severa: un anno di carcere senza sospensione, pur riconoscendo al giovane il buon comportamento processuale. Il tribunale, invece, ha concesso le attenuanti generiche prevalenti, scegliendo una pena più contenuta e sospesa, ritenuta adeguata alla gravità concreta dei fatti e alla personalità dell’imputato.
La sentenza arriva in un contesto normativo delicato. Negli ultimi anni il legislatore ha inasprito le pene per i reati commessi contro le forze dell’ordine, introducendo fattispecie specifiche e aumentando le sanzioni. Proprio per questo il caso torinese è stato osservato con attenzione: l’esclusione dell’articolo 583 quater segna un limite applicativo chiaro, ribadendo che non ogni episodio di violenza durante una manifestazione può automaticamente rientrare nelle ipotesi più gravi previste dalla legge.
Resta però il clima teso che ha accompagnato il processo anche fuori dall’aula. Al termine dell’udienza, alcuni amici del giovane avrebbero rivolto frasi ostili ai giornalisti presenti, segno di una frattura ancora aperta tra una parte del mondo della protesta e le istituzioni, compresa l’informazione. Un dettaglio che, pur marginale dal punto di vista giudiziario, restituisce il quadro di una vicenda che continua a generare contrapposizioni.
Il caso del posacenere lanciato durante il No Meloni Day si chiude dunque con una condanna, ma anche con un messaggio preciso: la giustizia ha riconosciuto la responsabilità del gesto, senza però ricorrere automaticamente alle norme più punitive. Una scelta che riaccende il confronto su ordine pubblico, diritto di manifestare e uso proporzionato del diritto penale, temi destinati a restare al centro del dibattito pubblico ancora a lungo.
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