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Cronaca

Val di Chy, coltiva cannabis light ma viene condannato: quattro mesi di pena per una soglia di Thc superata di poco

Una percentuale minima di piante oltre i limiti di Thc riapre il fronte giudiziario su un settore ormai stretto tra norme e sentenze

Val di Chy

Val di Chy, coltiva cannabis light ma viene condannato: quattro mesi di pena per una soglia di Thc superata di poco

Coltivava cannabis light utilizzando varietà consentite e operando all’interno di un settore che per anni è stato considerato legale, ma una parte della produzione è risultata appena oltre i limiti di Thc previsti dalla normativa italiana. Tanto è bastato per arrivare a una condanna penale. È quanto accaduto a un imprenditore agricolo 39enne della Val di Chy, comparso nei giorni scorsi davanti al tribunale di Ivrea, che lo ha condannato a quattro mesi di reclusione con la condizionale.

La pena è contenuta, ma il caso assume un peso ben più ampio del singolo procedimento. La sentenza arriva infatti in una fase in cui la disciplina sulla canapa industriale è diventata sempre più restrittiva, fino a mettere in discussione la sopravvivenza stessa del comparto della cannabis light in Italia.

L’indagine nasce da un sequestro effettuato dai carabinieri di Vico, che hanno prelevato circa 80 chili di piante coltivate dall’azienda agricola. Le analisi hanno evidenziato che solo una parte limitata della produzione, pari a circa il 13-14%, presentava un contenuto di Thc leggermente superiore allo 0,5%.

Una percentuale ridotta, che secondo quanto emerso in aula potrebbe essere stata influenzata anche da fattori indipendenti dalla volontà del coltivatore, come le condizioni climatiche, lo stress vegetativo o il momento della raccolta. Elementi che, tuttavia, non hanno inciso sull’impostazione del processo di primo grado.

Il pubblico ministero, pur qualificando il fatto come di lieve entità, aveva chiesto una condanna a otto mesi con pena sospesa. Il giudice ha accolto l’impianto accusatorio ma ha ridotto la sanzione, fermandosi a quattro mesi, sempre con beneficio della condizionale.

La vicenda si inserisce in un quadro normativo complesso e in continua evoluzione. Il riferimento principale resta la legge 242 del 2016, che ha promosso la coltivazione della canapa industriale consentendo l’utilizzo di varietà certificate con un contenuto di Thc non superiore allo 0,2%. La stessa norma prevede una soglia di tolleranza fino allo 0,6%, pensata per tutelare l’agricoltore da responsabilità penali in caso di superamenti non intenzionali.

Negli anni, però, questa impostazione è stata progressivamente erosa da interpretazioni giudiziarie e interventi normativi successivi, soprattutto per quanto riguarda la commercializzazione delle infiorescenze. In molti procedimenti, come quello di Ivrea, il superamento dello 0,5% di Thc viene ritenuto sufficiente a configurare la presenza di una sostanza con efficacia drogante, facendo scattare il rilievo penale.

Un orientamento che ha prodotto sequestri, processi e chiusure di aziende in tutta Italia, alimentando un clima di forte incertezza per un settore che fino a pochi anni fa veniva indicato come una possibile risorsa economica per le aree agricole marginali.

Sul fronte istituzionale, la partita non è ancora chiusa. Lo scorso novembre, il Consiglio di Stato ha sospeso il proprio giudizio sulla legittimità del divieto italiano e ha chiesto un pronunciamento alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, chiamata a stabilire se le restrizioni introdotte dall’Italia siano compatibili con il diritto comunitario e con il principio della libera circolazione delle merci.

In attesa della decisione europea, sentenze come quella pronunciata a Ivrea mostrano però come, allo stato attuale, anche uno scostamento minimo dai parametri di Thc possa tradursi in una condanna penale, con effetti concreti e immediati sulla vita delle imprese agricole coinvolte.

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