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Cronaca
17 Gennaio 2026 - 17:57
Di notte, nelle campagne piatte di Balzola, il cascinale sembrava morto. Luci spente, silenzio assoluto, nessun segnale di vita. In realtà, dietro quelle mura scrostate, lavorava senza sosta una fabbrica della droga: 1.800 piante di cannabis, coltivate al chiuso come in una serra industriale, pronte a diventare oltre 160mila dosi e a fruttare più di un milione di euro.
A far saltare il meccanismo è stato il blitz dei carabinieri della Compagnia di Casale Monferrato, che dopo mesi di osservazioni hanno chiuso il cerchio attorno al casolare isolato. Tre le persone finite in manette: un italiano di 52 annie due fratelli albanesi di 36 e 23 anni, irregolari sul territorio nazionale, senza fissa dimora e incaricati di mandare avanti l’intera produzione.

L’irruzione è scattata nel momento più delicato. Nel cortile era appena arrivato un furgone e all’interno si stava completando il carico: quaranta sacchi colmi di foglie di cannabis, oltre quattro quintali di prodotto, pronti a lasciare la campagna e a imboccare le rotte dello spaccio. A quel punto i militari hanno circondato l’area e fatto scattare il blitz.
Dentro il cascinale, su due piani per circa 800 metri quadrati, c’era tutto quello che serve per una produzione su larga scala: lampade ad alta intensità accese giorno e notte, impianti di riscaldamento, ventilazione forzata, sistemi di irrigazione, fertilizzanti specifici e bilancini di precisione. Un allestimento costato quasi 100mila euro, studiato nei minimi dettagli per garantire una resa costante e di qualità.
Non solo. Secondo gli investigatori, la struttura era anche presidiata. Alcuni uomini facevano da sentinelle, dormendo su materassi di fortuna e controllando i movimenti attorno al cascinale. E in caso di controlli era pronta anche una via di fuga: una botola nascosta nel pavimento del piano terra, collegata a un passaggio sotterraneo che sbucava in un canale di scolo per l’irrigazione dei campi.
Quando si sono accorti della presenza dei carabinieri, i tre hanno tentato di scappare proprio da lì. Una corsa disperata, nel buio e nel fango, durata pochi metri. I militari li hanno bloccati nei campi e portati in caserma. Dopo l’udienza di convalida, per l’italiano sono stati disposti gli arresti domiciliari.
Gli accertamenti tecnici hanno confermato ciò che gli investigatori sospettavano: la coltivazione era di alto livello. Le piante, cresciute in ambiente controllato, presentavano infiorescenze molto sviluppate, ricche di principio attivo. I campioni sono ora al vaglio del laboratorio specializzato per le analisi definitive.
Il cascinale è stato posto sotto sequestro insieme a tutta l’attrezzatura. Le indagini proseguono per risalire alla rete che stava dietro la produzione e ai canali di distribuzione della droga. Perché quella cascina, isolata e apparentemente dimenticata, non era un caso improvvisato, ma l’anello di una filiera organizzata, pensata per produrre, caricare e sparire nel giro di poche ore.
Ora, tra quelle mura di campagna, restano solo silenzio e cavi penzolanti. Ma per mesi, lì dentro, la notte non è mai esistita.
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