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Cronaca
16 Gennaio 2026 - 15:57
Trans reclutati in Brasile e costretti a prostituirsi: cinque condanne a Torino (immagine di repertorio)
La promessa di un lavoro regolare in Italia, il viaggio dall’altra parte dell’oceano e poi la scoperta di un incubo fatto di coercizione, debiti e prostituzione forzata. Si è chiuso oggi, al Tribunale di Torino, uno dei processi più gravi degli ultimi anni sul fronte della tratta di esseri umani, con cinque condanne nei confronti di imputati tutti di origine brasiliana, accusati di aver reclutato e sfruttato persone transgender connazionali.
Le pene inflitte oscillano da un minimo di 5 anni e 7 mesi a un massimo di 9 anni e 10 mesi di reclusione. Oltre al carcere, il collegio ha disposto il pagamento di provvisionali a favore delle otto parti civili, con importi compresi tra 10mila e 56mila euro, a titolo di primo ristoro per i danni subiti. I pubblici ministeri Valerio Longi e Roberto Furlan avevano contestato agli imputati i reati di associazione per delinquere e tratta di persone, ritenendo dimostrata l’esistenza di un sistema strutturato e stabile di sfruttamento.
Secondo quanto emerso nel corso del procedimento, il meccanismo prendeva avvio in Brasile, dove alcune delle vittime venivano avvicinate da connazionali che promettevano un’occupazione lecita e una possibilità di riscatto in Europa. Una volta arrivate in Italia, però, le condizioni cambiavano radicalmente. I transessuali reclutati venivano progressivamente privati di autonomia e costretti a prostituirsi, sotto il controllo del gruppo, che gestiva spostamenti, alloggi e introiti, alimentando un sistema di dipendenza economica e psicologica.
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A far emergere la vicenda è stata un’articolata indagine della Polizia di Stato, avviata nel settembre 2024. Gli investigatori, attraverso intercettazioni, pedinamenti e riscontri sulle condizioni di vita delle vittime, sono riusciti a ricostruire la filiera dello sfruttamento, individuando i ruoli dei singoli imputati. L’inchiesta ha raggiunto il suo apice alla fine di aprile 2025, quando sono stati eseguiti cinque arresti, ponendo fine all’attività del sodalizio.
Nel processo è emersa con chiarezza la particolare vulnerabilità delle persone coinvolte. Il tribunale ha riconosciuto come la condizione di marginalità, unita alla discriminazione subita nei Paesi di origine e alle aspettative di una vita migliore, sia stata sfruttata dagli imputati come leva per attrarre e poi assoggettare le vittime. Elementi che hanno contribuito a delineare il quadro della tratta, andando oltre la mera prostituzione e configurando una privazione sistematica della libertà personale.
Le condanne pronunciate oggi rappresentano un passaggio significativo nella risposta giudiziaria a un fenomeno spesso sommerso. La tratta di persone a fini di sfruttamento sessuale continua infatti a colpire soggetti fragili, e in particolare le persone transgender, che incontrano maggiori ostacoli nell’accesso al lavoro e alla tutela sociale. Il riconoscimento delle provvisionali alle parti civili segna anche un primo, parziale riconoscimento del danno subito, in attesa di eventuali ulteriori sviluppi sul piano risarcitorio.
Come sempre, le motivazioni della sentenza chiariranno nel dettaglio il percorso logico seguito dai giudici e il peso attribuito ai singoli elementi di prova. Ma il verdetto di oggi consegna già un messaggio netto: dietro le promesse di lavoro e integrazione possono nascondersi reti criminali organizzate, e la giustizia, quando riesce a intercettarle, è chiamata a dare una risposta ferma a tutela delle vittime e della loro dignità.

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