Il processo a carico di Edoardo Borghini, 64 anni, imputato per l’omicidio del figlio Nicolò, ucciso a colpi di fucile il 19 gennaio 2025 nella villetta di famiglia a Ornavasso, sta progressivamente portando alla luce una vicenda che va ben oltre quella notte. Una storia che, secondo quanto sta emergendo in aula davanti alla Corte d’Assise di Novara, affonda le radici in anni di conflitti familiari, violenze, difficoltà economiche e richieste d’aiuto rimaste senza un seguito giudiziario.
Nell’ultima udienza, la difesa ha chiamato a testimoniare un ex carabiniere che prestava servizio nella stazione di Premosello-Chiovenda tra il 2004 e il 2018. Il militare ha riferito che Edoardo Borghini si era rivolto ai carabinieri almeno tre o quattro volte, sia telefonicamente sia presentandosi di persona in caserma. Il contenuto di quelle richieste, ha spiegato, era sempre lo stesso: non riusciva a gestire il figlio. In particolare, uno degli episodi risalirebbe a quando Nicolò era ancora minorenne. Nonostante ciò, il padre non volle mai sporgere denuncia.
Un dettaglio che pesa nel processo. Da un lato racconta la consapevolezza di una situazione problematica; dall’altro mostra la scelta, reiterata nel tempo, di non attivare formalmente gli strumenti di tutela penale, forse nel tentativo di proteggere il figlio o di tenere il conflitto all’interno della famiglia.
A rafforzare il quadro è arrivata anche la testimonianza di un compaesano ed ex datore di lavoro di Edoardo Borghini. L’uomo ha raccontato che in paese “si sapeva della situazione problematica” e che Nicolò era considerato particolarmente violento, soprattutto nei confronti della madre. Il teste ha spiegato che il padre, pur essendo già in pensione, aveva ripreso a lavorare perché aveva bisogno di liquidità per far fronte ai problemi economici causati dal figlio. In un’occasione, ha riferito, si era rivolto direttamente a Nicolò, chiedendogli se si rendesse conto delle difficoltà in cui aveva messo il padre.
Un tema, quello dei debiti, che lo stesso imputato aveva già affrontato in aula nella precedente udienza. Edoardo Borghini aveva spiegato che la famiglia era costretta a sostenere circa 1.500 euro al mese per coprire spese legate ai comportamenti del figlio, tra danni alle auto, parcelle legali e altre conseguenze economiche delle sue condotte.
Parallelamente, nel processo sono stati acquisiti e richiamati i precedenti giudiziari di Nicolò Borghini, già emersi nelle scorse udienze. Tre donne che avevano avuto relazioni sentimentali con lui sono state ascoltate come testimoni della difesa. Tutte avevano denunciato Nicolò per lesioni, minacce, violenza sessuale, maltrattamenti e atti persecutori. In un caso il procedimento si era concluso con un risarcimento, in un altro con una condanna per minacce e un’assoluzione per violenza sessuale; il terzo fascicolo, relativo a maltrattamenti e stalking, non era arrivato a sentenza a causa della morte dell’imputato.
In aula, le donne hanno confermato integralmente quanto già dichiarato nei rispettivi procedimenti. Una di loro ha aggiunto che la madre di Nicolò tendeva a giustificarlo e proteggerlo, invitandola a “tenere duro” nonostante le difficoltà. Un elemento che contribuisce a delineare un contesto familiare in cui comportamenti violenti sarebbero stati tollerati o comunque gestiti in modo privato, senza ricorrere alle autorità.
Con l’ultima testimonianza, quella di un ex collega di lavoro, si è chiusa la fase istruttoria del processo. L’uomo ha raccontato che Nicolò “sembrava odiare il padre”, che non lo chiamava mai papà ma “il vecchio”, e che Edoardo e la moglie facevano di tutto per lui, senza ricevere riconoscenza. Ha riferito che il padre gli aveva confidato episodi di aggressioni fisiche subite sia da lui sia dalla moglie.
Tutto questo materiale confluisce ora nella valutazione finale della Corte, chiamata a stabilire se la condotta di Edoardo Borghini possa essere letta come una reazione dettata dal timore per l’incolumità della moglie, come l’imputato ha sostenuto, o se invece l’uso dell’arma da fuoco configuri pienamente il reato di omicidio. L’uomo rischia l’ergastolo.
Il processo tornerà in aula il 18 febbraio per la discussione delle parti. Nel frattempo potrà essere avviato anche un percorso di giustizia riparativa, previsto dalla normativa e valutato compatibile con il caso.
Il processo di Ornavasso restituisce l’immagine di una tragedia che non nasce in una sera, ma matura nel tempo, tra richieste d’aiuto informali, violenze mai del tutto arginate e un conflitto familiare che, alla fine, ha superato il punto di non ritorno. Ora spetta alla Corte distinguere tra comprensione del contesto e responsabilità penale, in una vicenda che continua a interrogare sul confine fragile tra protezione, paura e giustizia.