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Osteopata condannato a 20 anni: violenze su pazienti e minori durante le sedute

La sentenza della Corte d’Assise di Brescia dopo un processo a porte chiuse

Osteopata condannato a 20 anni: violenze su pazienti e minori durante le sedute

Osteopata condannato a 20 anni: violenze su pazienti e minori durante le sedute

La stanza era quella in cui ci si affida: un lettino, luci soffuse, mani che dovrebbero curare. È lì che, secondo la ricostruzione giudiziaria, il confine è stato violato. La Corte d’Assise di Brescia ha condannato a 20 anni di reclusione un osteopata di origini albanesi, residente a Bologna, ritenuto responsabile di ripetute violenze sessuali durante i trattamenti, commesse in Franciacorta e in altre località del Nord Italia, anche ai danni di minori. Una sentenza pesante, pronunciata il 15 gennaio 2026, che impone di guardare senza sconti dentro un ambito – quello delle terapie manuali – fondato sul contatto fisico e sulla fiducia.

Secondo quanto accertato in primo grado, le vittime individuate sono sei, quattro minorenni all’epoca dei fatti, tra cui anche un bambino di 10 anni. L’impianto accusatorio ha retto sulle denunce, sulle testimonianze raccolte a porte chiuse e sul lavoro investigativo dei Carabinieri di Chiari e Rovato, coordinati dalla Procura di Brescia, che hanno ricostruito una mappa di appuntamenti, spostamenti e modalità ricorrenti. La Corte, presieduta dal giudice Roberto Spanò, ha ritenuto provate le accuse di violenza sessuale aggravata, riconoscendo che l’imputato avrebbe sfruttato il contesto di cura per compiere atti estranei a qualsiasi pratica terapeutica legittima.

L’indagine prende avvio nell’estate del 2023, quando una madre coglie nel comportamento del figlio adolescente un disagio che non riesce a spiegarsi. La denuncia rompe l’isolamento e innesca una catena di segnalazioni: racconti diversi, ma uno schema che si ripete. Il 5 ottobre 2023 scatta l’arresto a Bologna, su ordine del GIP di Brescia. Da lì, il procedimento segue il suo corso fino all’approdo in Assise, una competenza legata all’inasprimento delle pene per i reati sessuali su minori introdotto con la riforma Cartabia.

In aula, l’imputato ha sempre negato ogni addebito, sostenendo la correttezza delle pratiche adottate e dichiarando di non riuscire a spiegarsi accuse provenienti da persone diverse e in tempi differenti. Le parti civili, al contrario, hanno ricostruito seduta dopo seduta ciò che – secondo i giudici – ha superato il limite tra terapia e abuso: toccamenti alle parti intime e, in almeno un caso, un atto orale. Elementi ritenuti sufficienti per arrivare alla condanna di primo grado, che resta impugnabile in appello.

Il profilo emerso è quello di un professionista che operava con base a Bologna, ma con un raggio d’azione ampio, tra studi privati, centri medici e visite domiciliari in più province del Nord. Una mobilità che ha complicato le verifiche e moltiplicato i luoghi potenzialmente interessati. Il processo si è svolto interamente a porte chiuse, a tutela delle persone offese.

Nello stesso territorio, nei mesi precedenti, un altro caso aveva acceso il dibattito pubblico: la condanna a 2 anni inflitta nel febbraio 2025 a un osteopata brianzolo per un episodio isolato avvenuto in un resort della Franciacorta. Un procedimento distinto, con un imputato diverso, ma che nella percezione collettiva rischiava di sovrapporsi. Qui, invece, la Corte d’Assise ha riconosciuto una pluralità di condotte e una gravità tale da giustificare una pena ben più severa.

La sentenza ha un impatto che va oltre il singolo caso. Tocca il tema dell’accreditamento professionale, dei controlli nelle strutture private, della prevenzione negli ambienti di cura, soprattutto quando i pazienti sono minori o persone fragili. In Italia l’osteopatia è stata riconosciuta come professione sanitaria con la legge n. 3 del 2018, ma la fase transitoria e la frammentazione dei percorsi hanno reso non sempre immediata la verifica dei requisiti. Un nodo che la cronaca giudiziaria riporta con forza al centro.

Per le famiglie coinvolte, la condanna rappresenta un primo riconoscimento delle responsabilità penali e apre la strada alle azioni risarcitorie in sede civile. Per le strutture e per i professionisti, è un monito netto: i protocolli, il consenso informato, la trasparenza in seduta non sono formalità, ma argini indispensabili. Per l’opinione pubblica, resta una lezione scomoda ma necessaria: nei reati che avvengono a porte chiuse, spesso senza testimoni, la differenza la fa il coraggio di chi denuncia e la capacità del sistema di ascoltare.

La vicenda non è conclusa: l’appello potrà rimettere in discussione valutazioni e pena, e la presunzione di non colpevolezza resta un principio fino alla sentenza definitiva. Ma il messaggio che arriva da Brescia è chiaro e difficilmente aggirabile: i luoghi della cura non possono mai diventare luoghi di abuso. È su questa linea, netta, che si misura la credibilità di un intero sistema.

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