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Cronaca

Comandava usura e droga dal carcere: smantellata a Novi Ligure una rete familiare

Un detenuto al vertice, affari gestiti con cellulari clandestini e oltre centomila euro di flussi illeciti ricostruiti dai carabinieri

Comandava usura e droga dal carcere: smantellata a Novi Ligure una rete familiare

Comandava usura e droga dal carcere: smantellata a Novi Ligure una rete familiare (immagine di repertorio)

Un’organizzazione che funzionava come una piccola azienda criminale, con ruoli definiti, una catena di comando e una gestione puntuale dei flussi di denaro. Con una particolarità che rende il quadro ancora più inquietante: la regia operativa, secondo le indagini, arrivava direttamente dal carcere, grazie all’uso di telefoni cellulari introdotti illegalmente. È questo lo scenario che emerge dall’operazione condotta all’alba di oggi dai Carabinieri di Novi Ligure, in provincia di Alessandria, che ha portato allo smantellamento di un sodalizio familiare accusato di usura e traffico di stupefacenti.

Le perquisizioni eseguite nelle prime ore della giornata hanno consentito di sequestrare 12 mila euro in contanti e tre carte di pagamento intestate a terzi, strumenti che, secondo gli investigatori, venivano utilizzati per schermare i movimenti di denaro e rendere meno tracciabili le transazioni. Il volume complessivo degli affari illeciti ricostruiti supera i 100 mila euro, un dato che restituisce la dimensione e la continuità delle attività contestate.

Al vertice dell’organizzazione ci sarebbe un 50enne detenuto dal 2018, che nonostante la reclusione avrebbe continuato a impartire ordini, gestire i flussi economici e coordinare le operazioni attraverso telefoni cellulari introdotti clandestinamente all’interno dell’istituto di pena. Una regia silenziosa ma costante, capace di orientare le scelte del gruppo e di tenere insieme i diversi livelli dell’organizzazione.

Sul territorio, la gestione quotidiana sarebbe stata affidata alla moglie e alla figlia del detenuto, indicate come le figure di riferimento per il coordinamento delle attività esterne. A loro spetterebbe il compito di mantenere i contatti, organizzare le riscossioni e garantire che le direttive provenienti dal carcere venissero eseguite. Accanto a loro, due complici avrebbero svolto il ruolo di esecutori materiali, incaricati delle riscossioni e delle cosiddette “spedizioni punitive”, pronte a scattare nei confronti di chi non rispettava le condizioni imposte.

Il cuore dell’attività illecita sarebbe stato rappresentato dall’usura, con prestiti concessi a condizioni particolarmente onerose, in grado di alimentare una cassa costante. A questa si affiancava un canale di traffico di stupefacenti, utilizzato sia come fonte autonoma di guadagno sia come strumento per garantire liquidità immediata e sostenere il sistema dei prestiti. Due binari diversi, ma strettamente intrecciati, che avrebbero assicurato al gruppo un flusso continuo di denaro.

Le indagini hanno fatto emergere anche un ulteriore fronte di attività: il tentativo di introdurre droga all’interno del carcere. Secondo quanto accertato, alcuni sodali avrebbero simulato colloqui con altri detenuti per cercare di far entrare sostanze stupefacenti negli istituti di pena. Un tentativo che i Carabinieri sono riusciti a intercettare, sequestrando oltre 300 grammi di droga prima che varcassero le soglie delle strutture penitenziarie.

La disponibilità di telefoni cellulari clandestini ha rappresentato l’elemento chiave dell’intero sistema. Attraverso questi dispositivi, il presunto capo avrebbe potuto mantenere il controllo delle operazioni, regolare tempi e obiettivi, impartire ordini e gestire il denaro, aggirando i controlli e trasformando il carcere in una sorta di centrale operativa occulta. Un dato che riporta al centro del dibattito la vulnerabilità delle strutture penitenziarie rispetto all’introduzione illegale di dispositivi e sostanze.

Il quadro che emerge è quello di un’organizzazione familiare, compatta e compartimentata, nella quale i legami di sangue avrebbero rappresentato un fattore di coesione e di protezione, rendendo più difficile l’infiltrazione dall’esterno e più semplice la gestione dei profitti. Una struttura chiusa, capace di adattarsi e di mantenere operatività anche in condizioni apparentemente proibitive.

Restano ora aperti diversi interrogativi, che saranno al centro degli approfondimenti giudiziari: le modalità con cui i telefoni sarebbero stati introdotti in carcere, l’eventuale coinvolgimento di ulteriori fiancheggiatori, la rete di approvvigionamento degli stupefacenti e l’estensione reale del fenomeno usurario sul territorio. Come sempre, le responsabilità individuali dovranno essere accertate nelle sedi competenti, nel rispetto della presunzione di innocenza.

L’operazione dei Carabinieri di Novi Ligure, però, lancia un segnale netto: anche dietro le mura di un carcere possono annidarsi centri di comando criminali capaci di incidere sull’economia illegale del territorio. Ed è proprio lì, dove lo Stato dovrebbe essere più impermeabile, che la sfida alla criminalità si fa più delicata e urgente.

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