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Sanità
16 Gennaio 2026 - 09:40
Sangue sbagliato in sala operatoria, una condanna per la morte evitabile di Carla Raparelli
Un errore in sala trasfusioni, una vita spezzata e una sentenza che prova a mettere ordine in uno dei capitoli più dolorosi della sanità torinese recente. Martedì 13 gennaio il Tribunale di Torino ha condannato in primo grado a un anno e tre mesi di reclusione un cardiochirurgo imputato per omicidio colposo e falso ideologico in relazione alla morte di Carla Raparelli, 71 anni. Una decisione severa, ma non definitiva, che riapre interrogativi profondi sulle procedure di sicurezza, sulle responsabilità individuali e sul funzionamento dei sistemi di controllo nelle corsie ospedaliere.
La vicenda risale al 9 marzo 2023, quando Carla Raparelli, torinese, è morta all’interno della clinica privata Maria Pia Hospital, in strada comunale di Mongreno. La donna era stata ricoverata per un intervento di sostituzione di valvole cardiache, a distanza di otto anni da una precedente operazione. Secondo quanto emerso nel corso del processo, durante il ricovero le sarebbe stata somministrata una sacca di sangue di gruppo B+, mentre il suo gruppo sanguigno era 0+. Una incompatibilità fatale. Dagli atti risulta che quella sacca fosse destinata a un altro paziente.
Un elemento ulteriore, che rende la vicenda ancora più inquietante, è emerso durante l’inchiesta: Carla Raparelli potrebbe non aver avuto nemmeno indicazione clinica alla trasfusione. Un passaggio che, se confermato, aggiunge un ulteriore livello di gravità a una sequenza di eventi già segnata da errori macroscopici. La trasfusione, in ambito sanitario, rappresenta uno dei momenti a più alto rischio, proprio perché richiede controlli rigorosi e verifiche incrociate su identità del paziente, gruppo sanguigno e destinazione del sangue.
L’inchiesta giudiziaria è partita dalla segnalazione di un’anestesista, che si è accorto dell’anomalia: la sacca trasfusa non corrispondeva a quella prevista per la paziente. Da lì sono scattate le indagini, coordinate dal sostituto procuratore Giorgio Nicola, che hanno portato al rinvio a giudizio del cardiochirurgo. L’accusa aveva chiesto una condanna a due anni, contestando non solo l’omicidio colposo, ma anche il falso ideologico. Secondo la procura, infatti, il medico avrebbe annotato in cartella clinica la propria presenza al momento della trasfusione, quando invece non si trovava in reparto.
Il tribunale ha riconosciuto una responsabilità penale, infliggendo una pena inferiore rispetto a quella richiesta, ma comunque significativa. Il medico, difeso dagli avvocati Cosimo Maggiore e Gian Maria Nicastro, ha sempre sostenuto la propria estraneità all’errore esecutivo, ribadendo di non essere presente al momento della trasfusione e di non aver avuto un ruolo diretto nella somministrazione del sangue. Una linea difensiva che punta a separare l’atto clinico dall’errore materiale.

Nel procedimento è emersa anche la posizione di un’infermiera, presente durante la trasfusione, che ha definito la propria vicenda giudiziaria con un patteggiamento a un anno e quattro mesi. La famiglia Raparelli, assistita dall’avvocato Fabrizio Bonfante, è stata risarcita dalla struttura sanitaria, un passaggio che sul piano civile riconosce il danno subito, ma che non chiude il peso umano di una perdita avvenuta in un contesto che avrebbe dovuto garantire massima protezione.
La sentenza non è definitiva e potrà essere impugnata in appello. Ma già ora il caso assume un valore che va oltre il singolo processo. Dalle carte emerge una catena di falle, dove l’errore umano si intreccia con criticità organizzative e con una gestione documentale che, secondo l’accusa, non avrebbe rispecchiato la realtà dei fatti. La tracciabilità delle azioni, in sanità, non è un dettaglio burocratico, ma una parte essenziale della sicurezza del paziente.
Il giudizio di primo grado ribadisce un principio chiave: la responsabilità in corsia non si esaurisce nel gesto tecnico, ma comprende il rispetto delle procedure, la correttezza delle annotazioni e il controllo dei passaggi più delicati. Resta aperta la questione del nesso causale e del ruolo effettivo del cardiochirurgo, che la difesa continua a contestare. Sarà eventualmente il secondo grado di giudizio a ridefinire confini e responsabilità.
Intanto, dietro numeri di sentenza e qualificazioni giuridiche, resta una storia che pesa come un macigno: una donna entrata in clinica per curarsi e morta per una sacca di sangue sbagliata. Un errore che la giustizia ha iniziato a sanzionare, ma che continua a interrogare il sistema sanitario sulla sua capacità di prevenire ciò che, semplicemente, non dovrebbe mai accadere.
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