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Cronaca
14 Gennaio 2026 - 15:52
Pandorogate, Chiara Ferragni assolta al termine del processo: "Sono commossa, ringrazio i miei followers"
Si chiude con un’assoluzione, tecnicamente con un proscioglimento per estinzione del reato, uno dei casi giudiziari e mediatici più rilevanti degli ultimi anni. Il cosiddetto Pandorogate, che ha investito Chiara Ferragni tra la fine del 2023 e tutto il 2024, si è concluso oggi davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Milano, con una decisione che mette fine al procedimento penale nato attorno alle campagne promozionali del Pandoro Pink Christmas e delle uova di Pasqua.
Il giudice Ilio Mannucci Pacini, al termine del rito abbreviato, ha stabilito che non sussiste l’aggravante della minorata difesa dei consumatori, contestata inizialmente dalla Procura. Una scelta giuridica decisiva, perché ha comportato la riqualificazione del reato da truffa aggravata a truffa semplice, rendendolo procedibile solo a querela di parte. Querela che, come noto, il Codacons aveva già ritirato circa un anno fa, dopo aver raggiunto un accordo risarcitorio con l’influencer. Da qui il proscioglimento per estinzione del reato, che ha riguardato anche i coimputati Fabio Damato, storico collaboratore di Ferragni, e Francesco Cannillo, presidente di Cerealitalia.
La sentenza arriva al termine di una vicenda lunga e complessa, che ha avuto origine nel novembre 2023, quando l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust) sanzionò Chiara Ferragni e le società coinvolte per pratiche commerciali scorrette. Secondo l’Antitrust, la comunicazione legata alla vendita del Pandoro Pink Christmas – prodotto da Balocco – e delle uova di Pasqua avrebbe indotto i consumatori a credere che una parte del ricavato sarebbe stata destinata a iniziative benefiche, in particolare a favore dell’Ospedale Regina Margherita di Torino, quando in realtà la donazione sarebbe stata fissa e già stabilita, indipendente dal numero di prodotti venduti.
Quel provvedimento amministrativo, che portò a sanzioni milionarie e a una durissima esposizione mediatica, fu la scintilla che fece esplodere il caso. Nel giro di poche settimane, il nome di Chiara Ferragni divenne sinonimo di una crisi reputazionale senza precedenti: contratti sospesi, collaborazioni congelate, prese di distanza da parte di brand internazionali, una lunga pausa dai social e un tentativo di rimettere ordine attraverso comunicazioni pubbliche, scuse e impegni di trasparenza.

Chiara Ferragni dopo il processo
Parallelamente al fronte amministrativo, si aprì quello penale. La Procura di Milano ipotizzò il reato di truffa aggravata, sostenendo che i messaggi diffusi attraverso i social network dell’influencer fossero ingannevoli e idonei a indurre in errore una platea vastissima di consumatori, sfruttando la sua posizione dominante e la fiducia dei follower. Proprio su questo punto si innestava l’aggravante della minorata difesa, legata alla vulnerabilità degli utenti online di fronte a comunicazioni persuasive provenienti da una figura con enorme capacità di influenza.
Nel corso dell’indagine emersero contratti, flussi economici, accordi commerciali e materiali di comunicazione. Al centro del procedimento non vi era tanto la beneficenza in sé – le donazioni risultavano effettivamente effettuate – quanto il modo in cui veniva rappresentato il legame tra l’acquisto del prodotto e il sostegno alle cause solidali. Un terreno scivoloso, che ha sollevato interrogativi più ampi sul confine tra marketing, responsabilità sociale e trasparenza nei confronti dei consumatori.
Nel frattempo, il Codacons, principale soggetto che aveva presentato querela, decise di ritirarla dopo un accordo che prevedeva risarcimenti e impegni economici da parte di Ferragni. Un passaggio che, pur non chiudendo automaticamente il procedimento penale – perché l’accusa contestava un’aggravante procedibile d’ufficio – ha avuto un peso determinante nell’esito finale.
Ed è proprio su quell’aggravante che oggi il giudice ha deciso di intervenire, escludendola. In sostanza, il tribunale ha ritenuto che non vi fossero i presupposti giuridici per parlare di minorata difesa dei consumatori, facendo così cadere l’architrave su cui reggeva l’impianto accusatorio più grave. Senza querela, il reato non poteva più essere perseguito.
All’uscita dall’aula, Chiara Ferragni, visibilmente emozionata, ha pronunciato poche parole: «Siamo tutti commossi, ringrazio i miei avvocati e i miei follower». Una dichiarazione breve, che segna la fine giudiziaria di una vicenda ma non cancella l’impatto che il Pandorogate ha avuto sul piano pubblico e culturale.
Perché, al di là dell’esito processuale, il caso Ferragni ha rappresentato uno spartiacque. Ha acceso un faro sulla regolamentazione dell’influencer marketing, sul rapporto tra beneficenza e comunicazione commerciale, sulla necessità di chiarezza assoluta quando si coinvolgono i consumatori in iniziative solidali. Ha costretto aziende, creator e istituzioni a interrogarsi su regole che, fino a quel momento, erano spesso affidate più alla consuetudine che a confini normativi definiti.
Oggi il procedimento penale si chiude, ma il Pandorogate resta un caso di studio. Un passaggio che ha dimostrato quanto sottile possa essere la linea tra narrazione, promozione e responsabilità, soprattutto quando a muovere il mercato sono figure capaci di parlare a milioni di persone con un singolo post. E che, comunque la si giudichi, ha segnato in modo indelebile la storia recente del rapporto tra social media, consumatori e giustizia.
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