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Cronaca

Chiusa l’indagine sull’esplosione di via Nizza: giudizio immediato per Zippo, il tubo del gas tagliato e la benzina dietro la morte di Jacopo Peretti

Dalla gelosia all’esplosione, dalla casa violata alle macerie: sei mesi dopo la Procura ricostruisce minuto per minuto il gesto di Giovanni Zippo che ha spezzato la vita di Jacopo Peretti

Chiusa l’indagine

Chiusa l’indagine sull’esplosione di via Nizza: giudizio immediato per Zippo, il tubo del gas tagliato e la benzina dietro la morte di Jacopo Peretti

C’è una linea invisibile che separa l’intenzione dal disastro, il rancore dall’irreparabile. Nella notte tra il 30 giugno e il 1 luglio, in un palazzo di via Nizza 389, quella linea è stata attraversata senza possibilità di ritorno. Oggi, a sei mesi di distanza, la verità giudiziaria inizia a prendere forma nelle pagine di una consulenza tecnica che non racconta solo una dinamica, ma una vendetta trasformata in tragedia, un gesto pensato per ferire e diventato una condanna a morte per chi non c’entrava nulla.

Secondo la ricostruzione firmata dall’ingegner Marco Sartini, perito incaricato dalla Procura, Giovanni Zippo entrò nell’appartamento al quinto piano con un’idea precisa. Non uccidere la donna che diceva di amare, Madalina Ionela Hagiu, ma colpirla nel modo più crudele possibile: cancellare la sua casa, i suoi ricordi, la sua vita quotidiana. Un dispetto, lo definirà poi. Un atto di gelosia. Un piano che, pezzo dopo pezzo, ha portato a un’esplosione capace di sventrare due piani del palazzo.

Zippo sapeva che Madalina non era in casa. Era partita giorni prima per l’Isola d’Elba, dove aveva raggiunto il compagno per lavoro. Proprio quella partenza segna l’inizio della fine. Il 23 giugno, la guardia giurata l’accompagna in stazione, la saluta con un messaggio apparentemente innocuo: «Fai buon viaggio». Ma dietro quel congedo si muove già la decisione di vendicarsi.

Il giorno dopo, il 24 giugno, qualcuno entra nell’appartamento vuoto e agisce sull’interruttore generale del gas. La consulenza lo dice chiaramente: né Madalina né il compagno erano a Torino. Chi è entrato sapeva dove mettere le mani. Per la Procura, ci sono fondate ragioni per ritenere che fosse già Zippo. Una prova generale, un primo atto di una tragedia annunciata.

La notte decisiva arriva tra il 30 giugno e il 1 luglio. Alle 2.42, Zippo entra dal portone con un sacchetto verde. Nei minuti successivi sale al quinto piano, apre la porta, recide il tubo del gas con una lama, cosparge alcune stanze di benzina, prepara il terreno. In casa verranno trovate tracce di carburante, tre latte di solvente vuote, due accendini. Alle 3.12 la prima esplosione. Cinque minuti dopo, alle 3.17, la seconda, più violenta, nel salotto: probabilmente il contenitore di benzina raggiunto dalle fiamme.

In quei venti minuti sospesi c’è tutto: la lucidità del gesto, la consapevolezza del rischio, l’illusione di poter controllare il fuoco. Ma il fuoco non si controlla. L’esplosione travolge l’edificio, spazza via quattro appartamenti, ferisce una famiglia intera. Una bambina di sei anni resta coinvolta, un dodicenne porterà per sempre sul corpo i segni di quella notte.

E poi c’è Jacopo Peretti. Trentatré anni. Dormiva nel suo appartamento. Non conosceva Zippo, non aveva nulla a che fare con quella storia di gelosia e ossessione. Viene ucciso dalle macerie, strappato alla vita mentre la città dorme. È lui il volto più crudele di questa vicenda: la vittima innocente di un gesto che non lo riguardava.

Zippo viene investito da una fiammata, scende le scale ferito. Un residente lo vede: «Indossava un bermuda jeans tutto sbrandellato, aveva sangue sulla fronte e gli occhi rossi dal fumo». Dice che c’è stata un’esplosione al quinto piano. Gli chiedono di aspettare l’ambulanza. Se ne va. Scompare in una traversa di via Nizza.

Quando viene arrestato, non parla agli inquirenti. Davanti al Gip si avvale della facoltà di non rispondere. Ma al suo avvocato, Basilio Foti, dice poche parole: «Sono stato io, mi vergogno». È una confessione che pesa, ma che non alleggerisce nulla. La difesa sostiene che non voleva uccidere, che l’esplosione non era prevista, che l’accusa di omicidio volontario è eccessiva. La Procura, invece, chiude l’indagine e chiede il giudizio immediato.

Nel frattempo, Torino fa i conti con una ferita che non si rimargina. Il quartiere Lingotto porta ancora i segni di quella notte. Ma soprattutto li porta la famiglia di Jacopo. La mamma Marzia, il papà Paolo, il compagno Gioele, i nonni, i padrini, gli amici. Una comunità intera che si stringe attorno a un nome diventato simbolo di un dolore senza colpa.

I funerali, il rosario, l’ultimo saluto. La richiesta di non inviare fiori, ma di trasformare il ricordo in beneficenza. Gesti che raccontano dignità, mentre la giustizia cerca risposte.

Questa storia non è solo un fatto di cronaca. È il racconto di come la violenza emotiva possa trasformarsi in distruzione materiale, di come la gelosia possa diventare arma, di come un “dispetto” possa uccidere. È la storia di una città che si interroga su quanto sia fragile la linea tra rabbia e tragedia, e di un giovane uomo che quella notte non avrebbe mai dovuto morire.

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