Rapinato in stazione, torna ad Ivrea a piedi sotto shock dopo una notte da incubo. Una notte in bilico tra Torino e Ivrea. Un incubo iniziato con quei 50 minuti di ritardo del diretto delle 23 per Ivrea e quelle quattro chiacchiere fatte con le persone sbagliate. Per ammazzare il tempo. Per dimostrare che la stazione di notte non fa poi così paura. Alessio, trentenne della Valchiusella, non sa di essere stato scelto come bersaglio. Non sa che verrà minacciato, picchiato, rapinato. Alessio parla un po’ di tutto, anche di religione, con quegli strani figuri che, se non stessimo raccontando di una notte di violenze da “Arancia Meccanica”, definiremmo come il gatto e volpe. Gli si siedono accanto. Uno a destra, l’altro a sinistra. Dicono di chiamarsi Jamal e Claudio. Jamal è un ventenne nordafricano loquace. Claudio, un cinquantenne con capelli lunghi, brizzolati, raccolti in un codino. Parla poco. Sembrano cordiali, poi all’improvviso, cambia la musica e Jamal dice: “Sai, vero, che quando andranno via gli altri ti prenderò il telefono?”. Alessio prova due volte ad alzarsi, ma viene tirato giù da un braccio. Riceve anche il primo schiaffo in testa. Vorrebbe scappare, ma davanti arriva un terzo uomo. E’ in trappola.
Giovedì mattina è iniziato in Tribunale a Ivrea il processo per i fatti avvenuti quella notte. L’imputato che ha scelto di andare a dibattimento è solo uno: l’uomo che disse di chiamarsi Roberto, identificato, poi, in Petre Ciurar, un trentenne di origini rumene difeso dall’avvocato Costanza Casali.
Alessio, dinnanzi ai giudici del Tribunale ha descritto attimo per attimo quella parentesi di incubo vissuto. Dalle minacce per farsi dare il cellulare, un IPhone8 del valore di circa 800 euro, alle botte che lo hanno costretto ad andare a prelevare 250 euro al bancomat della stazione: “Schiaffi, pugni, calci”. Ma non era ancora abbastanza. Dopo quel primo prelievo la carta dà un errore, ma ai tre questo non importa e sono altri schiaffi, altri pugni, altri calci che si interrompono sono all’arrivo di tre persone. Si tratta di dipendenti Rfi in borghese. Questo Alessio non può saperlo, ma Jamal sì e, come se nulla fosse, va a parlare con loro. Ride e scherza. Quando torna dalla vittima è più determinato di prima: “Andremo in un bancomat fuori dalla stazione e preleverai altri soldi”. Ad intervenire, a quel punto, è Roberto (Petre Ciurar), l’imputato nel processo di Ivrea. Dice a Jamal che è abbastanza ed è meglio andarsene, ma l’altro non è d’accordo. Entra altra gente in stazione. I due continuano a discutere. Alessio approfitta di quel momento di distrazione e si lancia verso i binari. Li attraversa per raggiungere l’altra uscita. Jamal lo insegue, gli urla di tornare indietro. Che gli restituirà il cellulare. Ma Alessio corre più che può, corre fin quando non li vede più e si nasconde dietro un cancello coperto da una siepe alta. “Sono rimasto lì più di un’ora – ha raccontato il ragazzo al collegio di giudici del Tribunale di Ivrea presieduti dal magistrato Elena Stoppini – temevo che mi stessero cercando”. Poi decide di tornare a casa. Basta treni. Si avvia verso Ivrea a piedi, sotto shock, raggiungendo la città grazie ad un paio di passaggi rimediati con l’autostop. Termina così quella notte di violenze documentata, momento per momento, dai filmati delle videocamere di sorveglianza. Ce ne sono quaranta in stazione e hanno ripreso tutto. A testimoniarlo in aula è stato l’ispettore Nicola Scognamiglio, responsabile del posto di polizia ferroviaria di Chivasso. E’ lui a coordinare le indagini partite dopo la denuncia presentata tre giorni dopo da Alessio al commissariato di polizia di Ivrea. Visionando quelle immagini si ripercorre, attimo dopo attimo, la notte di violenza subita dal giovane della Valchiusella. Il processo ripartirà il prossimo 27 febbraio.
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