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18 Marzo 2026 - 13:59
A Chivasso, in provincia di Torino, in questi giorni vi è un suono che resta. Non si dissolve con la notte, non si perde tra le voci del giorno dopo: è uno sparo che quando arriva nel cuore della tua città, davanti al Duomo, tra i tavolini, tra le persone riunite in una domenica sera, non è più solo cronaca: è una crepa. Ne parliamo con Marco Riva Cambrino, attivista socialista e tra le voci più attive del dibattito cittadino.
Marco, partiamo da una domanda semplice: quello che è successo è solo un fatto di cronaca?
"No. E continuare a raccontarlo così è il primo errore. Quello che è accaduto davanti al Duomo non è un episodio isolato da archiviare. È un segnale. E chi non lo vede, o non vuole vederlo, sta contribuendo al problema”.
Che tipo di segnale?
“Un segnale di una città che sta facendo fatica a tenere insieme sicurezza, coesione sociale e presidio del territorio. Negli ultimi mesi non è solo questo episodio: risse, tensioni, microcriminalità, degrado percepito… sono tasselli di uno stesso quadro”.
Eppure la parola ‘legalità’ è sempre molto presente nel dibattito pubblico…
“Ed è proprio qui che sta la debolezza della narrazione dominante. Parlare di legalità senza costruire condizioni reali di sicurezza è retorica. È una parola che riempie convegni, consulte, comunicati… ma che poi non incide nella vita quotidiana delle persone”.
Stai dicendo che è una narrazione vuota?
“Sì. Se vuoi dirla in termini più teorici, è una forma di egemonia simbolica vuota. Ti rassicura, ti fa sentire che qualcosa si sta facendo… ma nei fatti non cambia nulla”.
Chi dovrebbe rispondere di questa distanza tra parole e realtà?
“Chi ha responsabilità politiche. L’assessore alla legalità, il presidente della Consulta… dovrebbero farsi una domanda molto semplice: a cosa serve una Consulta se non incide sulle politiche? Se non produce indirizzi operativi? Se non è partecipazione reale, ma solo una vetrina?”.
Quindi il problema non è solo sicurezza, ma come viene affrontata?
“Esattamente. Perché la sicurezza non si costruisce con gli slogan. E neanche con l’approccio emergenziale. E nemmeno con la scorciatoia repressiva come unica risposta. Chi continua a proporla o non ha capito il problema, o sceglie di non affrontarlo”.
Da attivista socialista, qual è la tua visione?
“La sicurezza è una politica pubblica complessa. È un’infrastruttura democratica. Non puoi separarla dalla giustizia sociale. Se lo fai, stai costruendo solo una risposta fragile e temporanea”.
Se dovessi indicare delle azioni concrete per Chivasso?
“Servono scelte chiare: un piano integrato di sicurezza urbana partecipata: dati, analisi, coinvolgimento reale di cittadini e commercianti; un presidio sociale del territorio: le zone fragili non si controllano soltanto, si abitano; educatori, progetti, presenza; la rigenerazione degli spazi pubblici: dove c’è abbandono cresce insicurezza; un controllo di vicinato serio, coordinato con le forze dell’ordine, non improvvisato o campato lì perché l’argomento sarà di spicco in un eventuale dibattito pre-elezioni comunali. Infine, un coordinamento reale tra assessorati: sociale, urbanistica, giovani, commercio. La sicurezza non è una delega isolata. E poi trasparenza: i cittadini devono sapere cosa sta accadendo davvero. Perché, come diceva Gramsci, la verità è sempre rivoluzionaria”.
E la Consulta della legalità?
“O diventa uno strumento operativo, con obiettivi chiari e verificabili… oppure bisogna avere il coraggio di dire che così com’è non serve alla città”.
Qui entriamo in un terreno politico più netto…
“Certo. Perché continuare a raccontare la sicurezza come una questione di ordine pubblico separata dalla giustizia sociale significa non aver capito nulla. O peggio, significa accettare che l’insicurezza diventi terreno di consenso facile”.
Cos’è oggi la sicurezza per te?
“È dignità; è diritti; è presenza pubblica ed è comunità. Non è la paura e se non si cambia paradigma, allora episodi come quello davanti al Duomo non saranno più eccezioni. Diventeranno normalità. E una città che si abitua alla paura non è più una comunità”.
La piazza è tornata a riempirsi, ma qualcosa è cambiato. Perché uno sparo, nel cuore di Chivasso, non è solo un fatto: è il momento esatto in cui una città decide se guardarsi davvero allo specchio… o continuare a fingere che vada tutto bene.
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