La storia è fatta anche dal sacrificio di tante persone umili. Uno di questi è Francesco Antonio Costantino, Sotto-Ufficiale Onorario dei Bersaglieri, nato a Favria il 13 gennaio 1831.
Arruolato nel Corpo dei Bersaglieri il 23 dicembre 1852, partecipa alla guerra di Crimea sbarcando nel porto di Balaklava il 17 maggio 1853. Riceve il battesimo del fuoco il 15 giugno sul fiume Cernaia per difendere un ponte realizzato dal Genio Militare.
Partecipa poi alla 2° Guerra d’indipendenza, prendendo parte alle battaglie di Palestro e di San Martino il 23 giugno.
Il 1° ottobre 1859 diventa sergente; per la campagna del 1859, ottiene la menzione per aver animato con slancio ed arditezza i compagni ad affrontare e sorpassare tutti gli ostacoli, salendo per primo sulla posizione del nemico, sulle alture del Rendone presso Pozzolengo.
Partecipa inoltre alla campagna d’Ancona e Bassa Italia nel 1860 e nel 1861 ed è presente alle operazioni contro gli insorti degli Abruzzi. Si distingue poi nei combattimenti a Villafranca (24 giugno 1866), respingendo i vari attacchi di Cavalleria. Per il suo valore ottiene una lunga successione di medaglie ed onorificenze.
Francesco Antonio Costantino, classe 1831, alla chiamata alle armi parte da Favria, a piedi, alla volta di Torino, nel dicembre 1852, per rispondere in Piazza D’armi all’appello di arruolamento.
La sua storia che ho desunto dal suo diario è la storia dei desideri e delle speranze di tanti e di tante uomini e donne di buona volontà, professionisti, educatori, militari, gente che aveva seriamente e sinceramente creduto nel liberi non sarem se non siam uni nei versi di Manzoni e nella musica di Verdi, persone semplici ma nobili di sentimenti come Costantino.
Sempre a piedi e in borghese, ma ormai arruolato, si avvia per Pancalieri e Saluzzo arrivando fino a Cuneo, dove il 25 dicembre veste l’uniforme con piumetto del 10° Bersaglieri.
Fosse stato un altro periodo storico, avrebbe passato solo sei anni, tra marce, esercizi, parate, e guarnigioni, ma il tamburo della storia stava rullando venti di guerra.
Cavour voleva partecipare nel 1854-56 alla guerra di Crimea, episodio bellico che in alcun modo riguardava il suo paese ma che consentì di proporre a livello internazionale la “questione italiana”.
I soliti «pochi morti da gettar sul piatto della bilancia» per sedere al tavolo dei vincitori, come cavourianamente e cinicamente si sarebbe espresso nel 1940 Benito Mussolini prima di entrar in guerra al fianco con la Germania. Ma il cinismo di Mussolini fu punito. A Cavour invece andò bene.
Il 21 luglio del 1858, durante il convegno segreto di Plombières, si decise che la Francia sarebbe entrata in guerra al fianco del Piemonte in caso di aggressione austriaca. Alla fine del conflitto, l’assetto dell’Italia avrebbe dovuto organizzarsi in tre regni: uno settentrionale a Vittorio Emanuele II, uno centrale a Gerolamo Bonaparte cugino dell’imperatore (quello pontificio), e uno meridionale da destinare eventualmente a Luciano Murat.
Napoleone III puntava non solo a farsi riconoscere, quale sontuoso pourboire, la cessione di Nizza e della Savoia, ma soprattutto a ridurre l’Italia a una costellazione di stati sotto l’egemonia francese.
La condizione formale era che l’Austria dovesse dichiarar guerra al Piemonte. Non fu troppo difficile. Una serie ben congegnata di provocazioni sotto forma di “spontanei moti popolari”, dietro le quali era facile riconoscere istigazione e finanziamento cavouriani, indussero il governo austriaco a cadere nel tranello e a imporre al Piemonte quell’ultimatum del 23 aprile che consentì agli aggressori effettivi di far la parte delle vittime.
Solo che l’opinione pubblica francese non era granché soddisfatta di quell’impresa militare contro un paese, l’Austria, fino ad allora in costanti buoni rapporti con l’impero.
Ma torniamo al bersagliere Costantino. Nel luglio 1854, mentre era in servizio a Genova, scoppiò un’epidemia di colera: ligio alle istruzioni dei superiori, non ne venne contagiato, facendo ginnastica al mattino e passando il pomeriggio in allegria giocando a tarocchi.
Nove mesi dopo, nel 1855, il 28 aprile, il nostro si imbarcò con il suo reparto su una vecchia nave inglese a vapore, con destinazione la penisola di Crimea.
Il viaggio fu un disastro: durò 19 lunghi ed interminabili giorni, con l’insopportabile strepitio rumoroso delle macchine a vapore e gli odori relativi, con il mare tempestoso che sottopose i nostri soldati piemontesi abituati alle montagne al mal di mare, con il vitto scarso e pochissima acqua, tanto che affermò nel diario di “temere di morire di sete”.
La razione dei viveri per i bersaglieri si componeva di poche gallette e di “carne di maiale salata che non potevasi mangiare, nel cui brodo si faceva una minestra di ceci e di farina spesso anche con la semplice acqua di mare distillata”.
Come generi di conforto gli venivano dati “25 grammi di cioccolato di infima qualità e un quantitativo di vino” ma nessun vitamina attraverso la frutta.
I bersaglieri sabaudi vennero sbarcati nella baia di Balaklava e i soldati, debilitati e semiciechi dallo scorbuto, ricevettero una razione di 80 cartucce ciascuno; dopo una marcia verso il fronte si gettarono spossati a dormire sulla nuda terra così descritta: “coperta d’una erba pungente come un spinaio”.
Ma pensate che sulle prime, appena sbarcati, dovettero persino comprasi il cibo di tasca propria dai mercati levantini, pagando per “un litro di vino, pane e piccola insalata di patate” la somma enorme di sei franchi!
Dopo sette giorni in terra di Crimea, Costantino vide un commilitone abbattersi improvvisamente al suolo in preda ad un vomito convulso. Era il primo dei colpiti dal colera asiatico.
Incominciava l’epidemia: dei 120 bersaglieri partiti da Genova, ben sessanta morirono in pochi giorni.
I bersaglieri morivano in pochi giorni, privi di assistenza, sdraiati al suolo sotto le tende dell’ospedale. Erano disperati: “con i pugni stretti e pieni d’erba, con le vesti lordate di deiezioni”. I sopravvissuti vennero mandati a difendere la sponda del fiume Cernaia, schierandosi ogni mattina alle 4,30 in ordine di battaglia.
Finalmente, il 16 agosto i Russi attaccarono in forze. Si scatena l’inferno. Tre volte i piemontesi attraversarono a guado il fiume e assaltarono alla baionetta. La difesa “disperata” del fiume durò cinque lunghe interminabili ore.
Alla fine, Costantino fu il primo a raggiungere la vetta di una collina e ad annunciare che il nemico era in fuga. La Compagnia perse durante il combattimento per grave ferita il suo capitano e altri 18 uomini tra morti e feriti. Da 120 che erano partiti, adesso erano ridotti in 41!
Il sei settembre il favriese si offrì volontario per l’espugnazione di Sebastopoli, mosso dal sincero desiderio di “fare buona figura sul campo di battaglia sebbene appartenente al piccolo Piemonte”.
Quando varcherà le mura della città caduta, la troverà deserta di abitanti, rimbombante del crosciare di edifici che crollavano.
Mentre qualche commilitone si installò in qualche spaccio di liquori abbandonato e si “ubriacava in modo esoso”, lui che non era in cerca di ventura si appropriò di una pezza di panno, di un cappotto e di un telo d’incerato”, di un fucile da caccia e di una casseruola di rame.
Ma fu un predone bonario che regalerà il panno ad un conducente, il cappotto ad un furiere, la tela cerata per “mantile” alla mensa ufficiali. Da notare che questi gli avevano promesso di pagargliela, ma “per oblio non lo fecero”.
La storia continua, sempre in terra di Crimea, con scaramucce di pattuglie e cariche improvvise di cosacchi, ma la guerra si va spegnendo e il gran nemico adesso fu il freddo gelido.
Un gelido vento del Nord spazzò via le tende leggere, che non reggevano alla pioggia; diluvi d’acqua non consentivano di accendere i fuochi e la legna bisognava andarla a raccogliere a spalle tre miglia lontano.
Finalmente in primavera arrivò l’armistizio, e il canavesano con i suoi commilitoni finì per fraternizzare con i Russi che erano loro di fronte, ma “in condizioni più misere, quasi senza cibo”.
Fu allora uno scambiarsi di parole bonarie, in italiano, in francese e i nostri mandavano ai fratelli, che indossano una divisa diversa, pane, gallette, sigari, tabacco. Ecco il trionfo dell’umanità nella comune sofferenza!
In aprile, il ritorno in Patria, le accoglienze delle folle festanti, la rivista passata dal Re.
Per i reduci non ci fu nessun altro premio, nessun giorno di licenza né abbreviazione della ferma. Per loro ricominciarono le marce, il servizio, il dovere. Francesco Costantino fu promosso caporale e passerà ancora un anno in Sardegna, e solo il 13 gennaio 1858 otterrà il congedo illimitato.
Questo vorrebbe dire il ritorno alla vita civile. Ma dopo appena 18 mesi venne richiamato alle armi: stava per scoppiare la guerra contro l’Austria, la seconda guerra d’Indipendenza, e a San Martino venne decorato con la medaglia al valore, per essere stato il primo a salire sulle posizioni del nemico, nelle alture del Rendonepresso Pozzolengo, il 24 giugno 1859, animando costantemente con il suo slancio e la sua arditezza i suoi compagni a vincere ogni ostacolo. Per questo fatto d’arme venne decorato della medaglia d’argento al valor Militare e promosso sergente il 1° ottobre 1859.
Nel 1859 le vittorie sugli austriaci furono sanguinose e inconcludenti. La seconda guerra d’indipendenza non fu così gloriosa: dietro le quinte si svolgeva una guerra diplomatica che vide Cavour alleato prima con la Francia e poi con l’Inghilterra.
Il 23 e il 24 giugno, tra Solferino e San Martino sulla sponda meridionale del Garda, alla presenza dei tre sovrani sui campi di battaglia, i francopiemontesi fronteggiarono gli austriaci. Furono due battaglie molto sanguinose ma in fondo inconcludenti: gli austriaci si erano attestati nell’imprendibile Quadrilatero, le formidabili piazzeforti di Verona, Legnago, Mantova e Peschiera, praticamente imprendibili.
Napoleone non ce la faceva più a resistere alle critiche che gli provenivano dal suo paese e i piemontesi, da soli, non avrebbero mai sfondato. Infine, la commedia della malafede tra le diplomazie di Parigi e di Torino giunse a un esito finale allorché il Piemonte, sentendosi abbandonato dalla Francia, dette una spallata alle speranze napoleoniche di egemonia sulla penisola e imboccò la strada della costruzione del regno unitario cavalcando la demagogia di mazziniani e di garibaldini e sostituendo all’appoggio francese quello inglese. Sua Maestà britannica aveva difatti grossi interessi commerciali e navali in Italia meridionale, specie in Sicilia, collegati con l’asse del controllo strategico mediterraneo garantito dalle piazzeforti di Gibilterra e di Malta, colonia britannica dal 1814, che le garantiva il collegamento con un paese formalmente ancor soggetto al sultano turco ma di fatto ormai semicolonia inglese, l’Egitto.
Si stava aprendo un nuovo teatro di contesa tra i due “alleati-avversari” nella corsa all’imperialismo coloniale, la Francia e l’Inghilterra: l’avvio della costruzione del canale di Suez, che avrebbe promosso i porti italiani in prima linea sulle rotte verso l’India e l’Asia sud-orientale. La posta era alta, l’alleanza con il giovane regno d’Italia importante.
Nel 1860, il nostro bersagliere partì (il 5 settembre) per la Campagna d’Ancona e Bassa Italia, e nel diario annotava che se solo il 4 settembre i suoi genitori lo accompagnarono a piedi fino a San Maurizio, il 14 si trovava già sotto Perugina, esposto alle cannonate nemiche. Il 15 si trovava a Foligno poi, dopo la resa della guarnigione papalina del luogo, si spostò verso Terni pensando di andare a Roma.
Ma poi gli ordini l’indirizzarono verso L’Aquila, abbandonata nel frattempo dalle truppe borboniche. La situazione sembrava tranquilla ma il 28 ottobre scoppiarono dei tumulti filo-borbonici da parte di bande di “briganti” e Costantino viene mandato a combattere sotto la guida del generale Pinelli, cuorgnatese, militare poco tenero con il brigantaggio.
Nel 1861 caddero le fortezze di Gaeta ela Cittadella di Messina. A Torino venne proclamata l’Unità d’Italia. Costantino partecipò alla presa del forte di Civitella del Tronto, dove vennero fucilati un ufficiale borbonico e un brigante che si erano là rifugiati (si erano macchiati di efferati crimini verso i soldati sabaudi: “avevano infatti ucciso dei soldati che si erano arresi e bruciato i loro cadaveri!”).
Con la presa del forte i soldati si diedero al saccheggio, ma Costantino, come sempre, non prese nulla né ebbe nessun encomio per essere stato il primo sottufficiale a toccare i bastioni della fortezza.
Da lì si spostò a Teramo, sempre nella dura guerra contro i briganti e i ribelli filo borbonici. Qui, un giorno, il Costantino è convinto di essere mandato in surroga di un altro sergente (ammalato) in perlustrazione nelle campagne contro i briganti. Ma alla convocazione del maggiore e dei due capitani, gli viene chiesto di redigere un rapporto: lui, colto impreparato, afferma di non essere in grado. I superiori intendono che non sia capace di leggere e scrivere e così, sulle sue note personali, viene riportato “non letterato”. Questo sarà il suo più grande cruccio, perché gli impedirà di fare carriera e di diventare capitano.
Dopo Teramo si spostò a Senigallia e per poi far ritorno a Cuneo.
Nel 1862 venne inviato a Aosta, nel 1863 in Lombardia, a Milano, dove pare fossero scoppiati dei disordini, e poi a Bormio in Valtellina. Nel 1864 partì da Genova alla volta della Sicilia; sbarcò a Palermo e poi andò a Trapani e ad Alcamo ad inseguire il brigante Ferrari, che aveva commesso ventidue omicidi: Ferrari venne catturato e consegnato ai carabinieri di Castellamare.
Il 16 marzo 1866 partì da Palermo per Genova e Piacenza. Il 19 giugno incontrò il generale La Marmora a Goito, il mattino del 23 giugno attraversò il Mincio, alle ore 7,30: lui con i suoi commilitoni entrarono in contatto con il nemico asburgico il 24 a Custoza. Sostenne con i commilitoni in quadrato la carica della cavalleria degli ulani prendendo poi prigioniero, dopo un violento fuoco, il colonnello nemico ferito.
Il 13 luglio passato il Po fece tappa a Parma, poi a Mirandola e a Ferrare per passare a Rovigo, per Padova e fino di nuovo a Rovigo.
Lo scontro di Custoza del 24 giugno 1866 è stata la battaglia che diede inizio alle manovre offensive della Terza guerra d’Indipendenza sulla terraferma: vide la sconfitta delle truppe italiane, pur numericamente superiori, comandate dal generale La Marmora di fronte alle truppe austriache dell’arciduca Alberto D’Asburgo, duca di Teschen.
Nonostante la vittoria, Vienna fu costretta a domandare la pace di fronte al successo delle truppe prussiane nella battaglia di Sadowa, in cui gli alleati dell’Italia sbaragliarono gli austriaci.
Finita questa campagna, il bersagliere ripartì per il Mezzogiorno, destinazione Napoli dove venne premiato con un altra medaglia d’argento al valor militare “pel distintissimo valore, intelligenza, sangue freddo con cui guida la propria sezione durante il combattimento e per aver incoraggiato gli altri con l’esempio a Villafranca il 24 giugno”.
Nel 1867 tornò in licenza. A Favrianon credono che abbia ricevuto tre medaglie al valor militare.
Il 28 agosto 1868, mentre era in servizio nella Sila alla caccia del capo banda detto “Parma”, gli arrivò la richiesta di fare parte come sergente nei Guardiacaccia di sua Maestà il Re.
La sua storia di Costantino, desumibile dal diario che ho cercato di sintetizzare, ci insegna che non è il valore militare la dote suprema. Ma la consapevolezza di affrontare la vita a volte anche durissima, spesso crudele con semplice dignità. Costantino non era animato tanto dal senso del dovere, quanto da due sentimentimolto più profondi, oggi spesso dimenticati: rispetto e onore. Intendendo come onore il rispetto di sé stessoe dei nostri fratelli, bene irrinunciabile di tutti noi.
Tratto dallarivista Canavèis
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