Lo ricorderanno in Argentina, soprattutto in Patagonia, nella provincia del Neuquén, il prossimo novembre. Perché don Domenico Milanesio, missionario salesiano di Settimo Torinese, morì un secolo or sono, nel 1922, il giorno 19 di quel mese. Ma pubblicazioni di taglio sia scientifico sia divulgativo per fare il punto sulla sua opera sono apparse negli ultimi tempi.
Era il 1877 quando Domenico Milanesio partì dall’Italia alla volta del nuovo mondo con la terza spedizione di missionari salesiani per l’Argentina. In Patagonia, fra i Mapuche e non solo, sarebbe diventato popolarissimo, tanto da essere definito «Padre de los Indios» e «Patiru Domingo», un appellativo, quest’ultimo, amichevole e confidenziale. Nato il 18 agosto 1843, contadino e cestaio, sacerdote salesiano dal 1873, don Milanesio è il settimese più famoso nel mondo. Sorprendente risulta la quantità dei suoi scritti, in parte dedicati alla lingua e ai costumi degli Indios.
Dopo un’esperienza nel malfamato quartiere Boca a Buenos Aires, don Domenico Milanesio raggiunse la Patagonia. Il territorio affidatogli si estendeva per circa ottocentomila chilometri quadrati a sud del Rio Negro. Spiegano gli esperti di storia argentina: «Sulla migliore carta dell’Argentina esistente a quel tempo, sopra le sconfinate regioni della Patagonia si leggeva: [...] Regiones inexploradas, Tierras incognitas, Indios».
Don Milanesio non si perse d’animo. Appresa la lingua degli Indios, strinse relazioni di amicizia con numerose tribù. L’Argentina era allora dominata da un’oligarchia latifondista. I grandi proprietari terrieri miravano a mettere le mani sulle vaste distese della Patagonia, cacciando gli Indios che vivevano in piccoli nuclei, concentrati in località adatte all’agricoltura e alla pastorizia. Il generale Julio Argentino Roca (1847-1914) stava conducendo vaste operazioni di rastrellamento e di sterminio degli Indios.
«I missionari – afferma lo storico Eugenio Ceria – percorrevano un territorio che era già stato setacciato dai soldati. Il terrore dei bianchi, delle carabine, della prepotenza era annidato in fondo agli occhi degli Indi. [...] Manuel Namuncurà, l’ultimo grande cacico araucano, sotto l’incalzare delle colonne armate di Julio Roca si era rifugiato verso i passi della Cordigliera Andina, e aveva evitato la cattura».
Aggiunge Ceria: «Il generale Villegas, lasciato da Roca a presidiare le terre del Rio Negro, nel 1882 decise di portare un pesante colpo alla guerriglia. Con un’improvvisa e gigantesca retata catturò duemila Indi, uomini, donne e bambini, che abitavano le alte valli andine. [...] Nella retata caddero prigionieri anche la moglie e quattro figli di Manuel Namuncurà. Fu il colpo decisivo. Il grande cacico si persuase a trattare la resa. Ma la sua diffidenza nei bianchi era senza limiti. Di uno solo si fidava: don Milanesio. Scelto come mediatore di pace, il missionario persuase Namuncurà a presentarsi di persona al generale Villegas per fare atto di sottomissione, garantendone l’immunità».
Racconta ancora Eugenio Ceria: «5 maggio 1883. Il grande cacico entra nel Forte Roca accompagnato da altri nove cacichi e da uomini di scorta. Dà la sua parola che mai più combatterà contro l’esercito argentino. In cambio riceve titolo, divisa e stipendio di colonnello dell’esercito. Alla sua tribù viene assegnato un vasto territorio fertile nella valle del Rio Negro, attorno a Chimpay. È la fine della storia epica degli Indios argentini».
Quando Domenico Milanesio morì, il 19 novembre 1922, distrutto dalle fatiche di una vita avventurosa, il periodico «La Patria degli Italiani» di Buenos Aires scrisse: «Figlio del forte Piemonte – poiché era nato a Settimo Torinese – ispirò l’opera sua evangelica ad un alto senso di italianità». Nel 1928 fu pubblicata la biografia di don Milanesio, opera popolare di circa 280 pagine, dal titolo «Datos biograficos y excursiones apostolicas del Reverendo Don Domingo Milanesio, misionero salesiano».
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