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27 Luglio 2022 - 13:48
I Comuni fanno causa allo Stato non per i ritardi nello smantellamento dei depositi “temporanei” ma solo per avere contributi più alti
Da vent’anni Sogin, società di Stato controllata dal Ministero dell’Economia, ha assunto la gestione degli impianti nucleari di Saluggia (dall’Enea) e della centrale di Trino (dall’Enel). Impianti che nel secolo scorso erano stati costruiti in riva ai fiumi - la Dora Baltea e il Po -, in aree ormai unanimemente riconosciute come inidonee per lo stoccaggio di materiale radioattivo. Vent’anni: eppure, dopo avere speso almeno tre miliardi di euro (e almeno altrettanti, secondo le previsioni, saranno spesi nei prossimi anni) per “mettere provvisoriamente in sicurezza” questi impianti e costruire negli stessi siti nuovi depositi di scorie, la maggior parte del materiale radioattivo è ancora lì, salvo quello inviato in Inghilterra e in Francia per costosissime procedure di ritrattamento (finora il giochino è costato 386 milioni di euro per quelle mandate a Sellafield e 277 per quelle inviate a La Hague) ma che dovrà, stando ai contratti, rientrare in Italia.
La situazione peggiore è a Saluggia: il fatiscente deposito “Avogadro” contiene ancora materiale radioattivo (e Sogin, per il “disturbo” di lasciarlo in una struttura privata, in vent’anni ha pagato alla Deposito Avogadro srl circa 48 milioni di euro, e continua tuttora), mentre nell’impianto Eurex - la cui piscina, nel 2004, è risultata fessurata: il liquido radioattivo è penetrato nel terreno e ha contaminato la falda - si attende ancora la solidificazione di 270 metri cubi di rifiuti radioattivi liquidi: se ne parla dal secolo scorso, l’impianto per “cementarle” è ancora in costruzione. A Trino, invece, dopo vent’anni non è ancora iniziato lo smantellamento del reattore della centrale.
In un Paese normale questa situazione avrebbe comportato una rivolta dei Comuni di tutta l’area nei confronti dello Stato, che da quando le centrali sono state spente e gli impianti chiusi (il referendum sul nucleare è stato nel 1987: più di 35 anni fa) non ha ancora deciso cosa fare dei circa 30 mila metri cubi di rifiuti radioattivi lasciati nelle centrali e negli impianti in cui si trovavano. Il problema, si badi, non riguarda soltanto Saluggia e Trino, ma un’area vastissima a valle dei siti: i rilasci di liquidi radioattivi da questi impianti - che avvengono tuttora, nel silenzio generale - finiscono nella Dora e nel Po, e i pozzi da cui si preleva l’acqua potabile dell’Acquedotto del Monferrato (che serve più di cento paesi) si trovano un chilometro a valle degli impianti saluggesi. Una situazione evidentemente insostenibile, a cui il buonsenso consiglia di porre mano quanto prima.
I Comuni si sono rivoltati contro lo Stato, certo: gli hanno fatto causa. Ma non - come avrebbero dovuto - per gli scandalosi ritardi nello smantellamento dei siti, o per i liquidi radioattivi finiti nel sottosuolo. No: gli hanno fatto causa per farsi dare più soldi quale “compensazione” del disagio di avere questi impianti sul proprio territorio, o su quello del Comune limitrofo. Hanno cominciato, più di dieci anni fa, Saluggia e Trino e altri Comuni sedi di impianti e depositi; poi - siccome il Tribunale ha dato ragione ai ricorrenti - ecco che tutti gli altri li hanno seguiti a ruota: «ci dovete il 100% delle “compensazioni”, non solo il 30!». Altri sindaci, poi, negli scorsi anni hanno fatto pressione sui parlamentari di riferimento: non per accelerare il decommissioning, bensì per farsi inserire nella lista dei Comuni percettori di “compensazioni” («siamo confinanti, dovete dare un po’ di soldi anche a noi!»).
Dal territorio - spiace dirlo, ma obiettivamente è così - non emerge alcuna necessità né urgenza di far liberare gli attuali siti nucleari. I sindaci vanno a Roma a battere i pugni sul tavolo non per chiedere l’accelerazione del decommissioning in modo da arrivare prima possibile ad avere il promesso green field, ma con un altro obiettivo: farsi dare più soldi. Gli stessi sindaci che non vogliono il deposito futuro nell’area To-10, sul fatto di avere da decenni il deposito presente (e molto più pericoloso) a Saluggia non dicono nulla; anzi, no, qualcosa dicono: «Dateci più soldi!», e deliberano stanziamenti per pagare avvocati che perorino questa causa.
A chiedere la costruzione del Deposito Nazionale in un sito meno inidoneo degli attuali ed il trasferimento di tutti i rifiuti radioattivi da Saluggia, da Trino e dagli altri impianti a quel sito sono rimaste solo alcune associazioni ambientaliste (Legambiente e Pro Natura) e alcuni sparuti gruppi di cittadini. Agli attuali sindaci (e a chi li vota), invece, interessa prioritariamente farsi dare più soldi in cambio del mantenimento delle scorie nei depositi “temporanei”, con la speranza - ben riposta - che questa “temporaneità” duri ancora per qualche decina d’anni. Ecco perché ci meritiamo di essere, qui in Piemonte, in questa zona del basso Vercellese, la “pattumiera nucleare” d’Italia: basta che lo Stato (quindi: i cittadini, quindi: tutti noi) paghi bene i Comuni, e noi le scorie continuiamo a tenercele in riva ai fiumi, nel “triangolo d’acque”, vicino ai pozzi dell’acquedotto. Poi c’è addirittura un sindaco che, ingolosito dai milioni di euro, ha proposto il territorio del suo Comune (in mezzo alle risaie, inidoneo per una serie di motivi idrogeologici, ma dove c’è un’ex centrale) per insediarvi il Deposito Nazionale: ma qui davvero siamo oltre l’insensatezza, oltre la prevalenza del denaro sul buonsenso: qui siamo alla follia.
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