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13 Luglio 2022 - 17:00
in foto, le prove del Prometeo al teatro Garybaldi
Quando Gabriele Vacis scrive sui social, le sue parole pesano. Non come sassi, ma come pepite. E quando si parla del Laboratorio Teatro Settimo, i commenti innescano nostalgie e ricordi, commenti e ancora stupore, di fronte alla storia di un gruppo di artisti che cambiò il teatro.
“Il 2 luglio del 2002, esattamente vent’anni fa, cedevamo, con atto notarile, - scrive il regista Gabriele Vacis - il Laboratorio Teatro Settimo al Teatro Stabile di Torino. Il contratto recitava così: il Teatro Stabile di Torino acquisisce il Laboratorio Teatro Settimo per istituire, al proprio interno, il “Settore Innovazione”. L’allora presidente del Teatro Stabile ha dichiarato più volte che l’acquisizione del Teatro Settimo è stato un affare molto vantaggioso per il Teatro Stabile. A distanza di vent’anni credo si possa dire, dal mio punto di vista, che è stato un grosso grosso errore. E che magari bisognerebbe raccontare com’è andata. Magari prima o poi lo racconto...
Oggi vale questa foto di “Elementi di struttura del sentimento”, uno degli spettacoli simbolo del Laboratorio Teatro Settimo, con Laura Curino che sembra salutare: ciao Teatro Settimo!”.
Un “Settore Innovazione” che poi, in realtà, restò soltanto nell’atto notarile e nel contratto, ma non vide mai la luce. Ecco spiegato il “gravissimo errore”.
C’era anche chi aveva provato ad insinuare che il Teatro Stabile avesse ripianato i debiti del Laboratorio Teatro Settimo ma, in realtà, carte alla mano, il problema dei bilanci era già stato risolto nel 2000. C’erano spettacoli che viaggiavano a “tutto esaurito”, come “Novecento” di Alessandro Baricco, con la regia di Gabriele Vacis e il compianto Eugenio Allegri, c’erano le code agli ingressi per “Vajont” di Marco Paolini, per “Adriano Olivetti” di Laura Curino, Mariella Fabbris e Lucilla Giagnoni.
E molti altri. Spettacoli che erano luce per il pubblico e per i bilanci. E per lo Stabile fu come acquistare a prezzo vantaggioso un gioiello che brillava di luce propria, capace di portare centinaia di spettatori a teatro. Un’impresa. E quindi, cos’è mancato?
“Non erano sufficienti i finanziamenti locali. Non parlo soltanto di Comune, Settimo e Torino, ma anche Regione e, all’epoca, la Provincia. Quelli ministeriali c’erano, avevamo un coefficiente elevato proprio per la qualità della proposta - dice Vacis - ma non erano sufficienti a mantenere le ospitalità, gli spettacoli esterni. Arrivavano attori da tutta Italia e al Garybaldi, quando facevamo il tutto esaurito, significava aver venduto 200 biglietti. Numeri con cui era difficile mantenere un teatro in cui pagavamo affitto e spese. Come compagnia non avremmo avuto problemi, ma ci chiedevano di continuare ad organizzare stagioni teatrali”. I numeri erano incredibili: più di quattrocento spettacoli replicati nell’anno, ovunque e non solo a Settimo. “Citrosodina”, uno dei primi spettacoli del Laboratorio Teatro Settimo, aveva ottenuto, in proporzione, più incassi di ET, il celebre film di Spielberg.
“A quei tempi gli attori si mettevano in proprio. Ad aprile del 1982 avevamo fondato il LTS come una cooperativa basata sulla solidarietà: gli stipendi erano uguali per tutti. - ricorda Vacis - . Dopo il tracollo del 1998, a causa di un’amministrazione disastrosa, prendemmo in mano la situazione grazie allo studio di Lidia Rizzi. Io ero presidente di quella cooperativa. Ho vissuto momenti difficili, ma fortunatamente l’offerta culturale piaceva. Così ripianammo quel dissesto in pochi mesi. Ecco perché trovo che sia giusto far pagare al pubblico l’intrattenimento. Siamo abituati a pagare Netflix, Mubi o Prime Video, perchè il teatro no?”. A quell’epoca, la compianta Antonia Spaliviero mise da parte l’attività di scrittura e regia per fare contabilità e tenere il timone dell’economia. Tutto per tutti per tutto: questo era il motto del LTS. Gli scatoloni in cui era conservato tutto il materiale del Laboratorio Teatro Settimo è stato portato dagli archivi dello Stabile a Torino nella biblioteca Archimede di Settimo.
In questi giorni, ci sono gli studenti tesisti dell’Università Cattolica di Roma e dell’Università di Napoli che stanno catalogando tutto il materiale per poi lasciarlo in ordine alla città. Questo per dare l’idea del patrimonio culturale che è stato generato a quell’epoca. “Bisogna ritornare a fare produzione - dice Vacis - . Gli attori non possono restare ad aspettare i provini, significa perdere tempo e energie preziose. Bisogna avere il coraggio di provarci. Le istituzioni pubbliche dovrebbero avere il coraggio di favorire la produzione della cultura”.
Impresa Sociale PEM
E così nasce PEM, Potenziali Evocati Multimediali Impresa sociale. Oltre il teatro, non poteva mancare il “multimediale” in un’organizzazione composta da 20 attori, tutti diplomati presso la Scuola del Teatro Stabile, e tutti con età compresa tra i 21 e i 26 anni, abili anche con video e nuove tecnologie. Tre anni di frequenza post diploma, dalle 9 alle 17,30, tutti i giorni, con Gabriele Vacis come direttore e altri docenti di riconosciuto prestigio. E’ un’impresa sociale, la presidente è Erica Nava e la sede legale è a Settimo. In questi giorni stanno provando al teatro Garybaldi il “Prometeo” che debutterà al teatro Olimpico di Vicenza tra il 29 settembre ed il 1° ottobre. A gennaio, lo stesso gruppo porterà in scena “Antigone e i suoi fratelli” a Torino: entrambi con la regia di Gabriele Vacis e scenofonie di Roberto Tarasco.
“Io e Tarasco siamo soci di PEM - continua Vacis - i ragazzi hanno voluto che ci fossimo anche noi. Abbiamo accettato ma soltanto dopo aver visto che l’età media era rimasta abbondantemente sotto i 30 anni, nonostante noi due”. L’anno scorso, dall’8 al 21 giugno, gli attori del PEM hanno messo in scena “Il Risveglio di Primavera” alle fonderie Limone Piemonte ottenendo un diluvio di consensi. “Sono un gruppo selezionato su 580 candidati provenienti da tutta Italia - conclude Vacis - . Sono talenti che mettono in pratica la solidarietà tra loro e non le sgomitate. Il PEM è un modo di autodeterminarsi, di provare a fare impresa, di starci dentro. Oggi una cooperativa come ai tempi del LTS sarebbe anacronistica”.
Vacis aveva anche avviato l’Istituto di Pratiche Teatrali per la Cura della Persona, un percorso in cui i partecipanti potevano allenare la propria “consapevolezza”, tradotta con il termine “Awareness”, attraverso tecniche teatrali in cui il proprio corpo dialoga con sé stesso in funzione dello spazio che lo circonda. E “Awareness Time” è anche un programma di incontri che si sono svolti all’Ecomuseo del Freidano, ogni mercoledì pomeriggio e sabato mattina. Un percorso di formazione rivolto a attori, cantanti, danzatori, animatori, lavoratori del settore culturale, dell’educazione e della formazione, professionisti del settore sanitario e tutti coloro che lavorano con gruppi di persone o vogliono servirsi di pratiche teatrali anche al di fuori dell’ambito artistico. Un germoglio di futuro di cui sta già parlando la comunità artistica e anche quella scientifica. Un patrimonio che sarebbe importante custodire a Settimo come fosse un brand di valore. Perché, come scriveva Italo Calvino, ne “Le Città Invisibili”: bisogna “Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. E spazio sia.
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