Cerca

SETTIMO TORINESE. Nonostante tutto, è di nuovo Carnevale

SETTIMO TORINESE. Nonostante tutto, è di nuovo Carnevale

Carnevale 1960, le regioni d'Italia

Anche quest’anno, in molti luoghi del Piemonte si sono soppresse le consuete sfilate del Carnevale. «Obtorto collo», amministratori municipali e associazioni turistico-ricreative non possono che confidare in epoche migliori. Per Chivasso, a quanto pare, queste coincideranno col prossimo 5 giugno, quando il corteo dei carri allegorici invaderà le vie cittadine. Altrove, a rinverdire il ricordo degli allori d’antan, tra rimpianti e nostalgie, provvede la storia, la quale riesce ad aprire inattesi squarci nel passato delle comunità. È il caso d’Ivrea dove un centinaio di belle fotografie nelle vetrine della città consente un tuffo liberatorio in anni non funestati da alcuna pandemia.  Anche a Settimo Torinese, dove non si tiene alcuna sfilata delle maschere, c’è spazio per qualche riflessione storica. Da alcuni decenni, ad aprire ufficialmente i giorni carnascialeschi è la festa dell’Epifania. In città compare la «Veja», il personaggio che, oltre a inaugurare l’intero ciclo d’iniziative, si fa carico delle mancanze e degli sbagli commessi durante l’anno dai settimesi, in particolare dai pubblici amministratori. Al termine delle manifestazioni viene processata e condannata da una severissima corte di giustizia: ma poi, secondo l’inveterato costume italico, ottiene il perdono per i propri misfatti. C’è da dire che la tradizione carnevalesca settimese, pur non potendo vantare origini remote come in altre località del Piemonte, è assai antica. Il più vecchio documento sinora venuto alla luce risale al 1773. Si tratta di un verbale di deliberazione del consiglio comunale in cui si afferma che un certo Benedetto Canis era stato condannato a scontare alcuni giorni di carcere perché aveva commesso «insolenze di notte tempo», durante il Carnevale. In una relazione del 1868, il prevosto Stefano Sales informò l’arcivescovo Alessandro Ottaviano Riccardi di Netro che, «negli ultimi tre giorni del Carnovale», si tenevano le cosiddette Quarantore, con esposizione del Santissimo Sacramento nella chiesa della confraternita di Santa Croce. In un altro punto della medesima relazione, il parroco puntualizzò: «Si fanno [...] le Quarantore nella chiesa di Santa Croce nel sabato, domenica e lunedì ultimi di Carnovale, con vespro solenne e discorso verso sera, prima della benedizione, e ciò a spese della compagnia che paga al parroco lire ventisette, con che provveda egli il predicatore». Lo scopo della pratica devozionale è esposto sinteticamente dall’erudito settecentesco Pietro Giustiniano Robesti nell’opera – rimasta a lungo manoscritta – dal titolo «Notizie storiche risguardanti le antichità della città d’Ivrea» (1763). Egli afferma che «le Quarant’ore, coll’esposizione del Santissimo Sagramento per tre giorni continui», servivano a «deviare il popolo dalli spettacoli et peccati che sogliono in tal tempo dalla maggior parte de cristiani commettersi et in tal maniera placare l’ira d’Iddio da essi irritata». In occasione del Carnevale, all’inizio del ventesimo secolo, la Società Operaia di Mutuo Soccorso era solita promuovere feste danzanti, a cui le famiglie dei soci partecipavano in gran numero. Fu ciò che accadde, ad esempio, la sera del 14 febbraio 1914, quando il sodalizio mutualistico organizzò un «veglione grandioso, forse mai visto in […] paese», come riferirono gli organi d’informazione. Anche a Settimo, in concomitanza col Carnevale, si programmavano gare e sfide fra i paesani. La più movimentata era quella che si concludeva con la decapitazione di un tacchino. Spiega il teologo Domenico Caccia (1906-1979) nelle sue memorie storiche raccolte in volume nel 1978: «Uno di questi gallinacei era appeso per le zampe, con la testa in giù, ad un canovaccio, teso all’altezza del primo piano delle case della via principale. Baldi giovani a cavallo, con in pugno una spada di legno, sfrecciavano di corsa sotto il tacchino, tentando di decapitarlo con un fendente. L’animale decapitato toccava in premio al vincitore». L’usanza era diffusissima in Piemonte, specie nel Canavese, dove si tagliava la testa ai tacchini, ma anche ai galli, alle oche e alle anatre. «Questo giuoco subisce alle volte delle modificazioni», fece osservare il siciliano Gaetano Di Giovanni, studioso del folklore. Per poi commentare: «Giuoco antico sì, ma barbaro sempre». 
Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori