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15 Febbraio 2021 - 15:57
In foto Max Ferrero e Renata Busettini
Mentre Donald gioca a golf lungo la costa di Palm Beach all’orizzonte della Florida dopo il pandemonio scatenato per la vittoria di Biden alle presidenziali nel novembre 2020, una coppia di fotoreporter — che per tre anni ha battuto le strade polverose della periferia americana in cerca di dettagli che mostrassero quanto l’orrore delle politiche trumpiste avesse distrutto quel sogno americano, già incrinato dal taglio sistematico dei programmi di assistenza sociale che a partire dagli anni Ottanta e fino al 2020 ha contribuito a rendere sempre più classista e ingiusta la società americana — pubblica un libro fotografico che vanta testi firmati nientemeno che da Alan Friedman.
Renata Busettini, CEO presso la Vinelli e Scotto Relocation – Moving Services di Venaria nonché dilettante fotografa, e Max Ferrero, fotogiornalista, entrambi classe 1964, hanno pubblicato con Allemandi editore il libro dal titolo caustico e irriverente «American Fi(r)st».
Un libro fotografico che raccoglie le testimonianze di tre anni di viaggi — dal 2017 al 2019 —in 20 Stati americani.
Il libro è diviso in quattro capitoli e raccoglie fotografie tutte in bianco e nero, una scelta cromatica vincente, che mette a nudo con immediatezza la desolazione e il degrado di un Paese un tempo grande.
«Nel 2017 abbiamo deciso di fare un viaggio negli Stati Uniti. Quando abbiamo cominciato a progettarlo, non potevamo non legare il nostro viaggio al fatto che a gennaio 2017 si era insediato alla Casa Bianca un individuo che era appena uscito da un reality show…» osserva con spirito pungente Renata Busettini.
Sì, perché l’ex presidente dalla chioma giallo covone è stato ospite per ben 14 stagioni (praticamente ha tolto le tende il giorno in cui è iniziata la campagna elettorale) del reality show statunitense The Apprentice. E anche qui non aveva perso l’occasione di mostrarsi incoerente definendo dapprima il reality show: «Una TV adatta alle sanguisughe della società» e poi rimangiandosi quanto detto alla vista della cornucopia che lo attendeva tra i seni prosperosi e succulenti della dea bendata.
Ebbene, il super-ricco Donald ha sempre palesato di saper monetizzare anche l’invisibile — l’aria ad esempio —, ed è proprio quello che ha fatto abbassando i pantaloni e lasciandosi sedurre dalle più importanti e potenti lobby americane.
Una tra tutte, la Camera di Commercio che da tempo si era posta l’obiettivo di contrastare le misure messe in atto da Obama per proteggere l’ambiente dall’inquinamento atmosferico.
Un salto geologico che in un batter di ciglia ha strappato gli americani dall’era degli anticorpi monoclonali a quella del carbon fossile.
«Abbiamo pensato di concentrarci sulle miniere di carbone che Trump, uscendo dall’accordo di Parigi, avrebbe riaperto. In realtà, inizialmente ci siamo scontrati con l’omertà che regna nella periferia americana: nonostante avessimo provato a contattare decine di miniere, non eravamo riusciti a ottenere nessuna autorizzazione. Così alla partenza non avevamo nulla di programmato oltre all’aver definito l’itinerario lungo la Rust Belt, la cintura di ruggine — da cui prende il titolo il primo capitolo del libro — partendo dalla Pennsylvania e arrivando in Michigan» racconta Renata. «Avevamo però letto, prima della partenza, che a Trevorton c’era una miniera gestita dalla famiglia Shinghara. Quindi Trevorton è stata la nostra pima tappa».
Renata e Max arrivano quindi a Trevorton e bussano alla porta dei Shinghara.
«Ci ha aperto una donna e subito dopo le sue quattro figlie sono uscite per andarsi a sedere sotto il portico, mentre tentavamo di spiegarle perché noi, due italiani, cercassimo il fratello Robert, proprietario della miniera di antracite».
Guardando le quattro ragazzine sedute nel portico e il grosso adesivo elettorale esposto sin dal 2016 che riporta la scritta «Trump for coal» appeso sopra le loro teste, a Max viene l’idea di catturare quell’istante facendone la prima testimonianza fotografica di una lunga serie.
La periferia americana, quella sudicia e pregna del tanfo di sudore e di miniera, quella analfabeta e ignorante dei minatori che con le dita sporche di carbone hanno votato per Trump, il loro carnefice, destabilizza e porta con sé un senso violento di solitudine e di abbandono.
È l’America di coloro che vivono di sussidi — pochi, perché Trump glieli ha tolti — dei disagiati, dei dimenticati. È l’America di coloro che credono che dare un futuro ai propri figli significhi farli morire di antracosi, perché nessuno ha mai spiegato loro che sperare in un futuro diverso è non solo possibile, bensì doveroso.
«Abbiamo proseguito il nostro itinerario giungendo fino a Detroit, passando per cittadine che avevamo scelto sulla base di alcuni rigidi criteri: spopolamento, alto tasso di inquinamento, delinquenza, disoccupazione» spiega Renata Busettini «in questo e nei successivi viaggi abbiamo incontrato molte persone e raccolto innumerevoli storie e altrettanti ritratti».
Nel 2018, Renata e Max affrontano il loro secondo viaggio nell’America dimenticata, quella ai confini con il Messico lungo il muro di Tijuana, meglio conosciuto come il muro della vergogna.
Quella vergogna che Trump non ha mai provato nemmeno quando il New York Times ha rivelato che egli spesso pianificava con i suoi collaboratori l’idea di fortificare il muro di Tijuana con una trincea di acqua piena di serpenti e coccodrilli. Come se quel: «Sparate alle gambe dei clandestini!» suggerito durante un incontro con i consulenti della Casa Bianca non fosse già sufficiente ad essere considerato un’istigazione alla violenza degna del Ku Klux Klan e dei più torbidi gironi danteschi.
Da questo viaggio nasce il secondo capitolo del libro «The Scar – La Cicatrice».
Qui le fotografie riverberano le tragedie lungo il confine e la condizione impietosa della gente comune perseguitata e torturata da Trump. Bambini in gabbia. Poveri a El Paso. Poveri a Tijuana. Occhi che aspettano e altri che sanno che alla fine dell’attesa non ci sarà altro che buio e cecità. Come quelli di Denis Pineda che si affacciano attraverso un buco del muro della spiaggia di Tijuana, dopo aver attraversato tutto il Messico.
Il terzo capitolo si intitola il «Secondo emendamento» e prende voce dalla Costituzione americana che concede a tutti il diritto di possedere una o più armi. Agli americani piacciono le armi, si sa. L’America vanta il maggior numero di omicidi di qualsiasi altra democrazia moderna tanto da essere diventata insensibile al fenomeno. Questo modus vivendi, tuttavia, è stato avvalorato e patrocinato dal governo Trump che ha accettato 50 milioni di dollari dalla National
Rifle Association, una lobby estremamente potente che agisce a difesa dei detentori delle armi da fuoco.
«L’incontro più significativo durante il nostro terzo viaggio è stato quello con Angelica Cervantes, la madre di Erik Silva, la guardia giurata di origini ispaniche che perse la vita durante un concerto a Las Vegas in cui morirono 58 persone» ci intenerisce Renata Busettini.
La vita di Silva non è mai stata facile. Giunto in America da bambino come clandestino all’età di cinque anni, ha visto i propri traguardi venire strappati dalle grinfie sudicie della politica di Trump che fin dal giorno in cui scendendo la scala mobile della Trump Tower sulla Fifth Avenue
per annunciare la propria candidatura alla Casa Bianca, si è schierato contro i «latinos» definendoli genericamente «stupratori, criminali e cattivi».
La celebre chioma di saggina ha, infatti, sciolto nel settembre del 2017 il DACA, o Deferred Action for Childhood Arrivals, istituito nel 2012 dall’amministrazione Obama. Il DACA, invero, concedeva a taluni soggetti entrati illegalmente nel paese di ottenere un rinvio dell’espulsione della durata di due anni rendendoli così idonei all’ottenimento di un permesso di lavoro.
Certo, per Donald tutti i latini sono dei cattivoni, anche coloro che come Erik Silva hanno dedicato la vita ad aiutare il prossimo. E sono morti per questo.
Il quarto capitolo s’addentra nelle fauci del sogno americano. Ne viene inghiottito come preda di un enorme rettile e ci mostra l’infelice fine che fanno i sogni in un Paese dove alla spesa per il welfare è stato dato un taglio netto sotto le presidenze Reagan, Bush Sr, Clinton, Bush Jr e Trump.
Renata Busettini e Max Ferrero ci mostrano alcuni volti di quei 2 milioni di americani che vivono con 4-8 dollari al giorno e che prontamente spendono per un sacchetto di patatine, un pollo fritto e una birra fresca.
Perché nella periferia americana temi come nutrizione equilibrata e sana non sono concetti rilevanti nella vita degli emarginati. Altri, come Dal Dalbert, non hanno un lavoro e non lo cercano nemmeno più, vivendo come meglio possono grazie all’esiguo assegno di sussistenza.
Renata Busettini e Max Ferrero hanno fatto un grande lavoro; un’opera di ricerca minuziosa e affilata. In questo progetto nato quasi per caso c’è dentro molto di più di quello che riesce a starci per ragioni di spazio. C’è dentro lo schifo, la vergogna, la putrefazione di una politica becera e ignobile che ha fondato i suoi principi sul razzismo, sulla discriminazione delle fasce più deboli, sul favoreggiamento delle lobby, sulla promozione della violenza e su quel messaggio nemmeno troppo subliminale che il giallo — possibilmente sopra un incarnato erubescente come i bargigli di un tacchino — fosse il nuovo nero.
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