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CUORGNE'. Chiude anche la pelletteria Giubellini: la crisi è infinita

E così a Cuorgnè chiude anche la Pelletteria Giubellini. Non sarà una perdita da poco per la città: era uno dei suoi negozi storici, una presenza importante sul piano della qualità dei prodotti ma anche un punto di riferimento simbolico. Le sue vetrine, non grandi ma sempre luminose ed attraenti, rallegravano la piazza del Municipio sulla quale si affacciavano ed era difficili non avvicinarvisi: anche chi i prodotti di marca non se li poteva permettere si fermava volentieri ad osservarle.

Esisteva da novant’anni: lo avevano aperto nel 1930 i suoceri dell’attuale proprietaria. Il signor Felice Giubellini era un ombrellaio ed aveva cominciato realizzando e vendendo ombrelli. Col tempo, seguendo le trasformazioni della città e della società in generale, il negozio era diventato quello che tutti ormai conoscevano:  se si voleva fare un regalo di prestigio, lì si andava sul sicuro. A gestirlo è stata per sessant’anni, dal 1960 ad oggi, la signora Bruna Brero, aiutata prima dl marito Battista poi dalla nuora Sara oltre dalla commessa Silvana: presenze  costanti e competenti, non come negli ipermercati dove il personale cambia ogni due o tre mesi.

Dalla fine di febbraio le serrande della Pelletteria Giubellini (anzi “Pelletterie” al plurale) resteranno abbassate. Nulla di strano che la signora Bruna  voglia andare in pensione. Il problema è che con lei va in pensione anche il negozio ma questa ormai è una prassi consolidata: portare avanti un esercizio commerciale di qualsiasi tipo è diventata un’impresa quasi impossibile. “Il problema non sono i clienti – spiegano le proprietarie - Trattavamo marchi solidi (Samsonite, 1° Classe, The Bridge) ed avevamo una clientela affezionata, che ci ha sempre seguiti  e che ringraziamo di cuore. E’ il contesto che non quadra più”. Quale sia questo contesto tutti lo sanno ma nessuno prova  a fare qualcosa per rimediare: tasse troppo alte, costi crescenti per affitti, bollette, spese di gestione sono problemi annosi ai quali si è aggiunta la concorrenza sleale del commercio su Internet. Precisa la signora Sara: “Negli ultimi sei mesi ho monitorato attentamente la situazione ed ho potuto constatare che non è Amazon l’avversario più temibile: considerando le spese di spedizione ed una serie di altri fattori, tutto sommato i prezzi non sono poi tanto diversi dai nostri. Su E-Bay invece gli sconti arrivano al 70% ed i clienti vengono tallonati in modo sistematico: basta comprare una sola borsa per ricevere tutti i giorni la pubblicità di altre borse con caratteristiche simili. La cosa che fa rabbia è che questi versano tasse irrisorie e non le versano in  Italia mentre noi siamo costretti a vedercela con un sistema che non dà tregua”. 

Ciò che colpisce, nel suo discorso, è il modo in cui il fisco viene vissuto dai commercianti: parla di “angoscia delle tasse”. Ma ancor più colpisce la precisazione: “Non è il doverle pagare in sé e per sé ma gli adempimenti burocratici che comportano ed il fatto di dover essere <congrui e coerenti> indipendentemente da come vanno gli affari e dalla situazione generale del mercato. Noi dobbiamo rispettare parametri stringenti mentre i nostri principali concorrenti, appunto le società di vendite on-line, non hanno vincoli”. E aggiunge: “Vale lo stesso discorso per l’utilizzo del bancomat. Dobbiamo pagare il servizio, la transazione, la telefonata (se cade la linea e dobbiamo richiamare le telefonate diventano due) a favore di società che non hanno mai sede in  Italia. Le uniche a guadagnarci sono le banche”.

Ai problemi generali si sono aggiunti quelli locali: “La piazza di Cuorgnè è sofferente. Abbiamo cercato di tener duro ma la situazione non fa che peggiorare. Altri hanno chiuso o stanno per chiudere in questo periodo”. Come ciliegina sulla torta è arriva due anni fa la sosta a pagamento in centro. Il danno diretto è stato sopportabile:  per effettuare un acquisto che richiede un tempo di mezz’ora o tre quarti d’ora si può anche percorrere  un tratto di strada a piedi o pagare una tantum il parcheggio (tanto più che, nel caso di Giubellini “eravamo in genere noi ad offrirci di rimborsare ai clienti quanto avevano speso”). E’ chi era abituato a fare un salto in centro per comprare tuti i giorni il pane o il giornale che in questi casi finisce per cambiare zona. Tuttavia le conseguenze indirette le ha sentite anche la pelletteria. “E’ chiaro che nessun negoziante parcheggia nelle aree a pagamento: andiamo tutti nella parte gratuita di Piazza Martiri, che così s’intasa, mentre qui, ad una certa ora, si crea il vuoto di presenze, che fa paura. Per questo abbiamo preso l’abitudine di anticipare la chiusura serale”.

L’addio al commercio della famiglia Giubellini arriva dopo l’addio di tante altre famiglie e non sarà certo l’ultimo: uno dopo l’altro i negozianti gettano la spugna, arrendendosi all’inevitabile. Alla fine rimarrà il deserto.

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