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“Hai tatuaggi?”: la domanda choc per affittare casa a Torino scatena la polemica

Il caso del tatuatore Luca Frangioni riaccende il tema delle discriminazioni nel mercato degli affitti: tra partita Iva, pregiudizi e porte chiuse

“Hai tatuaggi?”: la domanda choc per affittare casa a Torino scatena la polemica

“Hai tatuaggi?”: la domanda choc per affittare casa a Torino scatena la polemica

Cercare casa oggi non significa soltanto confrontarsi con canoni elevati e garanzie economiche sempre più stringenti. A volte, lungo il percorso, emergono ostacoli meno visibili ma altrettanto incisivi, legati a valutazioni soggettive e pregiudizi. È quanto racconta Luca Frangioni, 26 anni, tatuatore torinese noto sui social come ilragazzoindaco, che ha deciso di rendere pubblica un’esperienza personale trasformandola in una denuncia più ampia.

Durante una trattativa per un affitto, si è sentito rivolgere una domanda destinata a far discutere: «I proprietari queste cose le vedono. Non hai tatuaggi in vista te? Purtroppo i proprietari sono stranieri». Una frase che, al di là del contesto, mette in luce un aspetto preciso: l’idea che l’aspetto esteriore possa diventare un criterio di selezione nella scelta degli inquilini.

«Io non ho più parole da spendere. Cercare casa in affitto oggi a Torino è così. Un giorno il mio problema è la partita Iva, il giorno successivo sono i miei tatuaggi. Sono stanco di essere discriminato», ha raccontato lo stesso Frangioni, spiegando di essere alla ricerca di un alloggio da circa un anno e mezzo.

Nel suo caso, il problema non si limita all’episodio raccontato. Il giovane spiega di essere riuscito ad arrivare alla visita dell’immobile soltanto in due occasioni, fermandosi quasi sempre già alla fase iniziale del contatto. «Quando chiamo e dico che sono partita Iva non mi danno nemmeno la possibilità di andare a vedere l’appartamento», afferma, evidenziando uno dei nodi più ricorrenti nel mercato immobiliare: la diffidenza verso i lavoratori autonomi.

A Torino, come in molte città italiane, trovare casa è diventato un percorso complesso. Tra richieste di contratti a tempo indeterminato, referenze economiche solide e garanzie familiari, la selezione degli inquilini si è progressivamente irrigidita. In questo contesto, a essere penalizzati sono soprattutto i giovani lavoratori, in particolare chi ha una partita Iva o un’occupazione considerata meno “stabile”.

Nel racconto emerge anche un altro elemento: la preferenza, da parte di molti proprietari, per gli studenti universitari. Una scelta spesso legata a maggiori garanzie economiche, alla presenza di famiglie alle spalle e a una gestione ritenuta più semplice. Un meccanismo che finisce per creare una sorta di gerarchia implicita tra chi cerca casa, lasciando indietro chi, pur lavorando, non rientra nei parametri richiesti.

Il contesto economico contribuisce ad aggravare la situazione. Secondo i dati citati, Torino si colloca tra le città più care del Piemonte per l’acquisto immobiliare, con un prezzo medio di circa 2.200 euro al metro quadrato. Un dato che spinge molti giovani verso l’affitto, trasformandolo però in una scelta obbligata e, sempre più spesso, difficile da concretizzare.

La vicenda raccontata da Frangioni mette in luce un tema più ampio: accanto ai criteri economici, nel mercato degli affitti possono inserirsi valutazioni arbitrarie, impressioni personali e stereotipi. I tatuaggi diventano così il simbolo di una selezione che va oltre la capacità di pagare un canone e si sposta su un piano più soggettivo.

Il risultato è una fragilità generazionale sempre più evidente. «Non so più come fare, se non hai una famiglia dietro che ti sostiene al 100% le possibilità sono pari a zero», conclude il giovane. Una riflessione che allarga lo sguardo: quando l’accesso alla casa dipende non solo dal reddito, ma anche dal tipo di lavoro, dall’aspetto e dal supporto familiare, il problema smette di essere individuale e diventa una questione sociale.

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