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27 Aprile 2026 - 21:58
Luigi Icardi, Federico Riboldi e Sarah Disabato
C’è una certa eleganza, quasi coreografica, nel modo in cui la politica regionale è capace di trasformare ogni passaggio istituzionale in una rassicurante liturgia. Succede nella quarta Commissione, presieduta da Luigi Icardi. Questo pomeriggio è andata avanti compatta, a maggioranza, tra pareri favorevoli e proposte di legge pronte a sbarcare in Aula come se tutto fosse perfettamente allineato. La 101 di Silvio Magliano, la 104 di Mauro Fava, i relatori già schierati, maggioranza e opposizione in assetto ordinato. Una macchina che, vista da dentro, sembra funzionare. Ma appena lo sguardo si sposta di qualche metro – giusto il tempo di uscire dai corridoi del Consiglio – il quadro cambia, e pure parecchio.
La verità è che mentre si discute di assistenza diabetologica e riordino delle Ipab, con tanto di gruppo di lavoro sugli hikikomori – tema serissimo, sia chiaro – si consuma un altro tipo di isolamento, molto meno teorico e decisamente più concreto: quello delle famiglie piemontesi davanti a una schermata bloccata, nel giorno del tanto atteso Click Day del Buono Vesta. Una sorta di Black Friday del welfare dove però, invece degli sconti, in palio ci sono contributi essenziali per crescere un figlio.
L’assessore Maurizio Marrone arriva in Commissione con la sicurezza di chi ha i numeri dalla sua parte. E li snocciola con precisione: 42mila domande, 12 ore (anzi 13, generosamente concesse per “compensare”), 20 milioni di budget, circa 30mila famiglie potenzialmente coperte nel 2026. Una narrazione costruita con cura, culminata in una frase destinata a far discutere: “Al netto dei disagi nella prima ora, il Click Day di Vesta ha funzionato garantendo a tutti i cittadini interessati di poter presentare domanda”.

Ora, viene da chiedersi cosa significhi davvero “al netto dei disagi”. Perché quella “prima ora” non è un dettaglio tecnico. È il momento in cui il sistema è andato in tilt, con il sito della Regione rimasto inaccessibile fino alle 13 e migliaia di famiglie inchiodate davanti al computer. Altro che parentesi: è lì che si è giocata buona parte della partita.
E infatti il racconto istituzionale comincia a scricchiolare appena si ascolta l’altra campana, quella di chi prova davvero a partecipare a questa corsa digitale. Sarah Disabato e Alberto Unia scelgono un tono decisamente meno accomodante e vanno dritti al punto.
“L’arringa difensiva dell’assessore Marrone non fornisce risposte sulle infinite criticità di questa misura”. E già il termine “arringa” dice molto. La sensazione – a sentirli – è che più che un’informativa si sia assistito a una difesa d’ufficio di un sistema che continua a fare acqua.
Il problema, spiegano i pentastellati, non è solo tecnico. Certo, il sito in tilt è stato la punta dell’iceberg, l’immagine più evidente e facilmente condivisibile. Quel che non va è il meccanismo. Il criterio del “cliccare prima” elevato a metodo di selezione delle politiche sociali. Una sorta di darwinismo digitale in cui sopravvive chi ha la connessione più veloce, il lavoro più flessibile, la maggiore familiarità con le piattaforme online. Gli altri restano indietro, magari proprio quelli che avrebbero più bisogno di quel contributo.
E mentre Marrone rivendica che “questo Click Day ci ha dato elementi utili per conoscere la platea dei richiedenti”, viene spontaneo chiedersi se davvero nel 2026 sia stato necessario mettere in competizione 42mila famiglie per capire quante avessero bisogno di aiuto. Non bastavano i dati Isee? Non bastavano gli indicatori sociali? O forse il problema è un altro: si continua a preferire la logica dell’emergenza – o meglio, dell’evento – alla programmazione.
Perché il Buono Vesta, al netto della retorica, resta una misura episodica, incerta, poco trasparente. Lo dicono chiaramente i consiglieri pentastellati: non è chiaro come evolverà nei prossimi anni, non si sa se ci saranno nuove esclusioni (già in questo secondo click day qualcuno è rimasto fuori), non c’è garanzia di miglioramenti.
“Una misura colma di criticità, difficilmente configurabile come strutturale”, è la diagnosi. E difficile smentirla quando il funzionamento dipende da un giorno, un orario e – soprattutto – da un server che regge a fatica.
Nel frattempo, la politica prova a tamponare. Le opposizioni – da Alice Ravinale a Nadia Conticelli, passando per la stessa Disabato e Vittoria Nallo – incalzano con domande su accesso, beneficiari, tempi di erogazione. E dalla maggioranza arriva la disponibilità di Roberto Ravello ad ascoltare il Csi, quasi a voler individuare il colpevole tecnico. Ma qui il rischio è evidente: ridurre tutto a un problema informatico, come se bastasse potenziare i server per risolvere una questione che è prima di tutto politica.
Perché la vera domanda resta un’altra: è accettabile che un sostegno alle famiglie venga distribuito con le stesse modalità di un biglietto per un concerto? È normale che chi lavora, chi non può permettersi di stare ore davanti a un computer, chi ha meno dimestichezza con la tecnologia venga automaticamente penalizzato? E soprattutto: è questa l’idea di welfare che si vuole costruire?
Dal lato dei Cinque Stelle la risposta è netta, e ha il sapore di una proposta alternativa che prova a uscire dalla logica dell’emergenza permanente: analizzare tutte le risorse destinate alla famiglia, rimodularle, costruire un sistema articolato e prevedibile. In altre parole, passare dal “clicca e spera” a una politica che permetta davvero alle famiglie di programmare le proprie spese e la propria vita.
Nel frattempo, però, la realtà resta quella di un Piemonte in cui 1.011 Comuni su 1.180 partecipano a un Click Day che decide chi avrà un aiuto e chi no. Un territorio quasi interamente coinvolto in una corsa contro il tempo, dove le percentuali sull’Isee – 62,6% tra 10mila e 30mila euro, 23,4% sotto i 10mila – diventano statistiche buone per i comunicati, ma non raccontano la frustrazione di chi resta fuori.
Da una parte la politica che rivendica risultati, dall’altra i cittadini che fanno i conti con una realtà molto meno lineare. “Ha funzionato”, dicono.
Sì, forse. Ma solo per chi è riuscito a cliccare in tempo.
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