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24 Aprile 2026 - 16:33
Una famiglia isolata, un ponte chiuso da mesi e una stradina che sembra più una trappola che una soluzione. E intorno? Carte, competenze, rimpalli. La vicenda del ponte “Bruschetta”, tra Ivrea e Albiano d’Ivrea, è ormai diventata il perfetto manuale di come si possa trasformare un problema concreto in un labirinto burocratico. Dove tutti spiegano. E nessuno risolve. Dove le responsabilità si dividono così bene da sparire.
“Questa è la strada fatta apposta per me dal Comune di Albiano a Natale… li hai più visti tu?”. Stefania Ferrari non usa giri di parole. Indica quella lingua di terra lungo il canale: stretta, sconnessa, senza protezioni. Una strada che strada non è. Ma che oggi è tutto. L’unico accesso a casa.
E qui c’è un punto che cambia completamente la prospettiva. Perché Stefania Ferrari vive su una sedia a rotelle. Ha una grave fibromialgia agli arti inferiori, un’invalidità importante. Muoversi è già difficile. Farlo in sicurezza dovrebbe essere garantito. E invece no. Invece quella che dovrebbe essere una via di accesso è un percorso a ostacoli. Fango, buche, cedimenti. Una sfida quotidiana. Non una soluzione.



Dall’altra parte c’è il ponte “Bruschetta”. Chiuso. Blindato. Off limits per chiunque. Due ordinanze gemelle, firmate a ridosso di Natale dai sindaci di Ivrea e Albiano d’Ivrea, Matteo Chiantore e Venerina Tezzon. Motivazione impeccabile, almeno sulla carta: “tutela dell’incolumità pubblica”. Traduzione pratica: si chiude tutto. E chi resta dall’altra parte… si arrangia. Anche se su una sedia a rotelle.
E infatti si arrangiano. Luigi Marcello Quagliotti, Stefania Ferrari e il figlio Luca Quagliotti. Una famiglia. Non un caso teorico. Non un numero in un faldone. Persone vere. Con una casa raggiungibile solo passando da una stradina dove, pochi giorni fa, si è sfiorata la tragedia.
E dove ogni spostamento diventa un problema. Non solo per chi guida, ma soprattutto per chi quella strada dovrebbe affrontarla senza poter contare su stabilità, sicurezza, accessibilità. Perché qui non si parla di disagio generico. Qui si parla di diritto alla mobilità negato.
“Il terreno ha ceduto sotto le ruote. Per poco non finivo nel fossato”, racconta Luca Quagliotti. Quindici minuti con la macchina sospesa. Il vuoto a pochi centimetri. “Ho sudato freddo”. Ma tranquilli: la strada alternativa esiste. È lì. Basta avere un po’ di fortuna. O molta. E magari sperare che non piova. O che non ceda di nuovo.
E mentre succede tutto questo, mentre una famiglia si muove su un equilibrio precario, arriva il capitolo più classico di tutta la vicenda: il silenzio. “Non hanno risposto neppure alle PEC. Mai”. Mai. Una parola che pesa più di qualsiasi ordinanza. Più di qualsiasi giustificazione.
Poi però arriva la spiegazione. Quella del Comune di Albiano d’Ivrea. E allora tutto si chiarisce. O meglio: si complica.
Il sindaco Venerina Tezzon mette ordine. Il ponte è del Demanio Regionale. Il Naviglio lo gestisce la Coutenza Canali Cavour. I Comuni si occupano della sicurezza. Tradotto: il ponte è di qualcuno, l’acqua di qualcun altro, la responsabilità un po’ di tutti. E quindi, alla fine, di nessuno. Il classico schema perfetto dello scaricabarile.
Le lesioni sull’arcata erano gravi. “Non c’era tempo da perdere”. E infatti non si è perso tempo: si è chiuso tutto. Subito. Nel periodo più semplice dell’anno, tra Natale ed Epifania. Con una rapidità chirurgica. Una velocità che, se applicata alle soluzioni, risolverebbe metà dei problemi di questo Paese.
Poi però qualcosa si è fatto. La rampa lungo l’alzaia. Sistemata in fretta. Quella stessa rampa che oggi viene percorsa ogni giorno, tra buche, cedimenti e rischio concreto di finire nel canale. Ma attenzione: la sindaca ci è andato di persona. Con una piccola utilitaria. A dimostrazione che sì, si può passare. Più o meno.
E nel frattempo? Si scrive. Il 2 aprile 2026 parte una nota alla Prefettura. Si chiedono alternative. Si inviano numeri. Si avvia la progettazione. Tutto molto corretto. Tutto molto istituzionale. Tutto molto… lento. Talmente lento da sembrare fermo.
Perché nel frattempo c’è anche chi avrebbe voluto intervenire subito. La Coutenza Canali Cavour. Ma non si può. Manca il parere della Soprintendenza. E allora ci si ferma. Perché tra una crepa su un ponte e una firma su un documento, a volte vince la carta. Sempre.
E così passano i mesi. Il ponte resta chiuso. La strada resta pericolosa. I corrieri spariscono. I servizi si fermano. I controlli previsti? Invisibili. Gli assistenti sociali? Mai visti. Ma le ordinanze, quelle sì, funzionano perfettamente. Vietato passare. Vietato attraversare. Vietato anche solo immaginare una soluzione veloce.
Il risultato è tutto qui. Da una parte una famiglia che vive su un’isola senza acqua intorno. Con una donna su una sedia a rotelle che dovrebbe essere tutelata più di chiunque altro e che invece si ritrova a fare i conti con una strada che non garantisce nemmeno il minimo indispensabile. Dall’altra un sistema che funziona a compartimenti stagni: competenze divise, responsabilità diluite, tempi indefiniti.
E allora la domanda diventa inevitabile. Non più polemica. Quasi tecnica. Serve davvero che succeda qualcosa di grave? Serve davvero aspettare l’incidente che tutti dicono di voler evitare? Serve davvero che qualcuno resti bloccato, che un mezzo di soccorso non arrivi, che quella stradina ceda del tutto?
Perché oggi la sicurezza è garantita… sulla carta. Nella realtà, invece, si viaggia su una stradina che frana. E si spera di arrivare a casa. Ogni giorno.
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