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22 Aprile 2026 - 12:24
Smascherati i tumori “invisibili”: una scoperta italiana apre nuove speranze contro il cancro
Per anni sono rimasti nascosti, mimetizzati, praticamente intoccabili. Tumori che crescono senza essere visti dal sistema immunitario, sfuggendo anche alle terapie più innovative. Oggi, però, qualcosa cambia. La ricerca scientifica apre uno spiraglio concreto: togliere ai tumori il loro “mantello dell’invisibilità” e renderli finalmente vulnerabili.
È questo il cuore dello studio pubblicato sulla rivista Cancer Discovery, frutto del lavoro congiunto dell’Ifom (Istituto di oncologia molecolare di Milano), delle Università di Torino e Milano e di partner internazionali. Una ricerca che introduce un concetto destinato a pesare nel futuro dell’oncologia: non solo colpire il tumore, ma trasformarlo per renderlo riconoscibile.
Il punto di partenza è una distinzione chiave nella medicina oncologica moderna. Esistono tumori “caldi” e tumori “freddi”. I primi sono già individuati dal sistema immunitario e possono essere trattati con l’immunoterapia, una delle grandi rivoluzioni degli ultimi anni. I secondi, invece, restano invisibili: il sistema immunitario non li riconosce e, di conseguenza, non li attacca.
Ed è proprio su questi tumori “freddi” che si concentra la scoperta. Forme diffuse e spesso aggressive come carcinoma del colon-retto, tumore al pancreas e alcune tipologie di tumore al seno rientrano in questa categoria. Fino a oggi, per molti di questi pazienti, le opzioni terapeutiche erano limitate.
La novità arriva da una molecola sperimentale, chiamata NP1867, che agisce su un meccanismo fondamentale delle cellule: il sistema di riparazione del DNA, noto come mismatch repair. Questo sistema ha il compito di correggere gli errori genetici durante la replicazione cellulare, mantenendo la stabilità del DNA.
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Bloccando in modo selettivo una proteina chiave di questo sistema — la PMS2 — la molecola induce il tumore ad accumulare errori genetici. Un processo che, paradossalmente, diventa un vantaggio terapeutico: le cellule tumorali, cariche di anomalie, diventano finalmente visibili al sistema immunitario.
È come se il tumore, fino a quel momento mimetizzato, venisse improvvisamente illuminato. I “segnali” prodotti dalle mutazioni fungono da campanelli d’allarme per l’organismo, che può così riconoscere il bersaglio e attivare la risposta immunitaria.
“È un cambio di paradigma: non colpiamo solo la crescita del tumore, ma ne riscriviamo il dialogo con l'organismo”, spiega Alberto Bardelli, direttore scientifico di Ifom e professore all’Università di Torino. Una frase che sintetizza bene il salto concettuale: il tumore non è più solo un nemico da distruggere, ma un sistema da modificare.
Gli esperimenti, condotti in laboratorio su cellule tumorali e modelli animali, hanno mostrato risultati promettenti. Le cellule trattate con la molecola NP1867 hanno iniziato ad accumulare errori di replicazione, diventando progressivamente più riconoscibili e quindi più vulnerabili all’immunoterapia.
Un passaggio decisivo, perché apre la possibilità di estendere l’efficacia di queste terapie a pazienti che oggi ne sono esclusi. L’immunoterapia, infatti, funziona solo quando il sistema immunitario è in grado di “vedere” il tumore. Rendere visibile ciò che non lo è significa ampliare radicalmente il numero di persone trattabili.
Ma la portata della scoperta va oltre l’aspetto clinico. Si inserisce in una trasformazione più ampia della medicina, che negli ultimi anni ha abbandonato l’approccio standardizzato per puntare su strategie sempre più mirate e personalizzate. Intervenire sul comportamento del tumore, anziché solo sulla sua crescita, rappresenta un passo ulteriore in questa direzione.
Naturalmente, restano ancora molte domande aperte. La ricerca è ancora in fase preclinica e serviranno studi sull’uomo per confermare sicurezza ed efficacia. Intervenire sul sistema di riparazione del DNA è un’operazione delicata, che richiede un equilibrio preciso per evitare effetti collaterali.
Un altro nodo riguarda la selezione dei pazienti. Non tutti i tumori “freddi” reagiranno allo stesso modo, e sarà necessario individuare i casi in cui questa strategia può funzionare meglio.
Nonostante le incognite, l’entusiasmo nella comunità scientifica è evidente. “È un passo concettuale importante ed un cambio di prospettiva con implicazioni molto concrete per il trattamento di tumori oggi ancora resistenti”, sottolineano i ricercatori coinvolti nello studio.
C’è poi un elemento simbolico che rende questa scoperta ancora più significativa: il ruolo centrale della ricerca italiana. Ifom, Università di Torino e Milano confermano una tradizione scientifica di alto livello, capace di contribuire in modo concreto al progresso internazionale.
Nel lungo periodo, l’obiettivo è chiaro: sviluppare farmaci in grado di creare in modo controllato una “vulnerabilità immunologica”. Non più inseguire il tumore, ma anticiparlo, rendendolo esposto e attaccabile. Se questa strada porterà ai risultati sperati, potrebbe cambiare il destino di molti pazienti. Tumori oggi considerati difficili o resistenti potrebbero diventare trattabili con strumenti già disponibili, come l’immunoterapia.
È una prospettiva che, pur richiedendo cautela, segna un punto di svolta. Perché dimostra che il limite non è sempre nel tumore, ma nel modo in cui lo osserviamo e lo affrontiamo. Strappare il mantello dell’invisibilità non è solo una metafora. È una strategia concreta che potrebbe riscrivere le regole della lotta contro il cancro.
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