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16 Aprile 2026 - 15:38
Morto Alexander Manninger: dalla Juventus all’Arsenal, addio a un professionista vero
La notizia ha attraversato l’Europa del calcio con la rapidità che accompagna solo i lutti più inattesi. Alexander Manninger, ex portiere austriaco con un lungo passato anche in Serie A e alla Juventus, è morto a 48 anni in Austria in un incidente avvenuto nella mattinata del 16 aprile, secondo quanto riportano diverse testate sportive e di cronaca.
Per il calcio italiano non è una figura marginale che se ne va, ma un professionista che ha attraversato una stagione precisa del nostro campionato: quella dei portieri affidabili, spesso meno celebrati dei titolari assoluti, ma decisivi nel dare equilibrio agli spogliatoi e continuità alle squadre. Manninger apparteneva a quella categoria. Non aveva l’aura del fuoriclasse mediatico, ma aveva costruito una carriera lunga, internazionale e solidissima, passando da Arsenal, Fiorentina, Bologna, Brescia, Siena, Juventus, Augsburg e infine Liverpool.
Le ricostruzioni pubblicate nelle ultime ore parlano di un incidente tra la sua auto e un treno locale nei pressi di Salisburgo, sua città natale e territorio a cui era rimasto legato anche dopo il ritiro. Alcune fonti austriache e italiane collocano la tragedia nella zona di Nußdorf am Haunsberg. In attesa di eventuali comunicazioni più dettagliate delle autorità, il quadro che emerge è quello di una morte improvvisa che ha lasciato sgomenti tifosi ed ex compagni in più Paesi.

Nato a Salisburgo il 4 giugno 1977, Manninger era stato uno dei primi portieri austriaci della sua generazione a costruirsi una vera carriera internazionale. Il salto che lo aveva portato all’attenzione del grande pubblico era arrivato in Inghilterra, con l’Arsenal, dove entrò nella storia come primo austriaco a vestire quella maglia e contribuì alla stagione del double del 1997-98, vincendo Premier League e FA Cup. Sul sito dei Gunners è ancora ricordato come un portiere agile, affidabile e decisivo in una serie di partite chiave di quella corsa al titolo.
Ma per il pubblico italiano Manninger resta soprattutto un volto della Serie A, campionato in cui ha giocato a lungo, raccogliendo complessivamente 137 presenze secondo i dati di carriera disponibili su Transfermarkt. In Italia aveva lasciato il segno con la Fiorentina, con il Bologna, con il Brescia e soprattutto con il Siena, dove riuscì a ritagliarsi una dimensione più continua e riconoscibile. Non era un portiere da copertina, ma uno di quelli che gli allenatori tengono stretti perché danno certezze.
Il capitolo più noto per i tifosi bianconeri resta però quello con la Juventus, dove ha giocato dal 2008 al 2012. Arrivò in una fase delicata della storia recente del club, in anni di ricostruzione, e seppe ritagliarsi uno spazio preciso all’interno della rosa. Alla Juve non fu soltanto il vice di Gianluigi Buffon: fu un secondo portiere autorevole, uno di quei giocatori capaci di tenere alta la competitività interna senza mai trasformarla in rumore. In bianconero vinse anche lo scudetto 2011-12. La sua esperienza juventina coincide con stagioni in cui la sua affidabilità fu spesso sottolineata proprio per la capacità di farsi trovare pronto quando chiamato in causa.
Manninger aveva avuto anche una carriera importante con la nazionale austriaca, con 33 presenze e la partecipazione a Euro 2008, torneo che per l’Austria rappresentò un passaggio simbolico essendo ospitato in casa. Anche questo dato aiuta a misurare il suo peso: non una meteora, ma un portiere rimasto per anni nel giro internazionale, capace di attraversare epoche e campionati diversi senza mai uscire davvero dal radar del calcio europeo.
Negli ultimi anni aveva scelto una vita più defilata. Dopo l’esperienza al Liverpool, aveva annunciato il ritiro dal calcio professionistico nel 2017, chiudendo una carriera di oltre vent’anni. In un’intervista pubblicata allora dal club inglese, spiegava che era arrivato il momento di fermarsi, dopo aver attraversato il calcio ad altissimo livello in quattro Paesi diversi.
La sua parabola racconta anche un calcio che oggi sembra più lontano: quello in cui un portiere poteva attraversare grandi club e realtà provinciali, accettando ruoli diversi senza perdere identità professionale. Manninger è stato questo. All’Arsenal giovane protagonista, in Italia portiere d’esperienza, alla Juventus uomo-spogliatoio e alternativa credibile, in Germania e poi a Liverpool veterano rispettato. Una carriera senza clamore eppure piena, fatta di affidabilità e durata, qualità che spesso vengono apprezzate davvero solo quando mancano.
Per la Juventus e per il calcio italiano resta anche il ricordo di una figura sobria, mai sopra le righe, che si era inserita in un quadriennio importante della storia bianconera. Non il personaggio, ma il professionista. E forse è proprio per questo che la sua morte colpisce così tanto: perché apparteneva a quella categoria di calciatori che non avevano bisogno di imporsi con il rumore, ma con la continuità.
Sul piano umano, il lutto apre ora uno spazio di ricordi che probabilmente si allargherà nelle prossime ore, quando arriveranno messaggi e prese di posizione ufficiali dal mondo del calcio. Ma già adesso il dato essenziale è chiaro: con Alexander Manninger se ne va un pezzo di quel calcio europeo di fine anni Novanta e Duemila che passava con naturalezza dall’Inghilterra alla Serie A, dall’Austria alla Bundesliga, costruendo carriere internazionali molto prima che diventasse la norma.
La sua storia, riletta oggi, ha qualcosa di esemplare. Non quella del campione assoluto intorno a cui ruota tutto, ma quella del giocatore che sa stare dentro grandi contesti, reggere la pressione, aspettare il proprio momento e farsi rispettare ovunque. È una qualità meno rumorosa del talento puro, ma non meno rara. Ed è probabilmente il motivo per cui la notizia della sua morte ha colpito in modo trasversale club e tifoserie così diverse tra loro.
Per il calcio italiano, e per la Torino bianconera in particolare, resta il ricordo di un portiere serio, internazionale, silenzioso e affidabile. Uno di quelli che non occupano sempre il centro della scena, ma che finiscono per restarci nella memoria molto più di quanto si pensi.
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