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Serena Brancale si racconta in “Sacro”: “È il disco più vero che abbia mai fatto”

Quattro anni di lavoro per un album tra radici, famiglia e respiro internazionale

Serena Brancale si racconta in “Sacro”: “È il disco più vero che abbia mai fatto”

Serena Brancale si racconta in “Sacro”: “È il disco più vero che abbia mai fatto”

C’è un momento, nella vita di ogni artista, in cui il personaggio lascia spazio alla persona. Per Serena Brancale quel momento ha il nome di “Sacro”, il nuovo album pubblicato il 10 aprile, un lavoro che l’artista presenta come il più intimo, libero e identitario del suo percorso. Non solo un disco, ma una vera dichiarazione di intenti: un progetto nato da quattro anni di ricerca, in cui musica, memoria familiare e sperimentazione si intrecciano in un racconto personale e insieme universale.

Incontrata sulla terrazza della sua etichetta discografica, Brancale sintetizza così il senso del progetto: «Sacro è famiglia, un modo di intendere la musica ma anche un atto di coraggio. Questo disco mi ha dato una chiave per esprimermi come persona e non come personaggio». Una frase che chiarisce subito la direzione dell’album: autenticità, prima di tutto.

Il disco è il risultato di un lavoro lungo e stratificato. Quattro anni di ricerca in cui l’artista ha provato a tenere insieme radici, identità e libertà espressiva. “È profondamente personale”, spiega, sottolineando anche la presenza di un brano realizzato insieme alla sorella. Un elemento che rafforza il legame con la dimensione familiare, vero cuore del progetto.

“Sacro” contiene 16 tracce e arriva accompagnato da brani già noti al pubblico, come Anema e core, Baccalà e Serenata con Alessandra Amoroso. Spazio anche a Qui con me, presentato a Sanremo, e al singolo più recente Al mio paese. Un mosaico musicale che racconta un percorso coerente ma mai chiuso.

Uno degli aspetti più interessanti è la natura corale e condivisa del lavoro. Brancale racconta di essersi sentita “una cantastorie” e di aver voluto aprire il disco ad altre voci: Levante e Delia, tra le altre. “Mi piace l’idea di condividere visioni diverse”, spiega. Il risultato è un progetto che ha una forte impronta femminile, ma senza mai diventare manifesto: il femminile emerge in modo naturale, attraverso le esperienze e le figure che hanno accompagnato la sua crescita.

Dal punto di vista musicale, “Sacro” è probabilmente il lavoro più ambizioso della sua carriera. Jazz, soul e R&B si intrecciano con un respiro internazionale, sostenuto anche da collaborazioni di peso come Gregory Porter, Richard Bona, Alborosie e Omara Portuondo. Un’apertura che non snatura l’identità dell’artista, ma anzi la rafforza, collocandola in un contesto più ampio.

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Nonostante l’uscita del disco, Brancale guarda già avanti. E lo fa con uno spirito che unisce curiosità e bisogno di semplicità. “Ho bisogno di continuare a nutrirmi di cose nuove”, racconta, citando anche il desiderio di imparare a suonare la darbuka, una percussione egiziana. Un dettaglio che racconta bene il suo approccio: la ricerca non si ferma mai.

Il percorso di “Sacro” continuerà anche dal vivo, con un tour che partirà nei prossimi mesi tra Italia ed Europa. Ma c’è già una data simbolica: il 3 ottobre al Palaflorio di Bari, la sua città. Un ritorno a casa che ha il sapore della consacrazione, con il sogno di portare sul palco gli artisti che hanno partecipato al progetto.

“Sacro” è, in definitiva, un disco che tiene insieme più dimensioni: intimo e collettivo, radicato e internazionale, sperimentale e accessibile. Serena Brancale sembra aver trovato un equilibrio raro, costruendo un lavoro che non rincorre le mode ma prova a lasciare un segno. Ed è proprio questa la sua forza: essere personale senza chiudersi, ambizioso senza diventare distante.

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