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12 Aprile 2026 - 09:32
Restare o partire? Il viaggio nell’identità di Mauceri arriva a Ivrea
Non è solo un film, ma una domanda che attraversa generazioni e territori: restare o partire? È da qui che prende forma “Quel che resta”, il docufilm del regista Filippo Mauceri che debutta oggi, domenica 12 aprile alle 11 al cinema Splendor Boaro di Ivrea, con introduzione affidata a Davide Gamba. Un’opera che scava nel significato profondo della parola “restanza” e nel valore del genius loci, cercando di capire se i luoghi in cui nasciamo possano davvero dare un senso alla nostra esistenza.
Mauceri, autore e sceneggiatore noto al grande pubblico per programmi televisivi come Striscia la notizia, Zelig e Ciao Darwin, torna alle origini con un lavoro che ha il sapore di una resa dei conti personale. Nato ad Agira, in provincia di Enna, ma cresciuto a Caluso, il regista porta sullo schermo una storia che è insieme intima e collettiva. I suoi genitori, come molti italiani negli anni del boom economico, lasciarono la Sicilia per trasferirsi al Nord, attratti dalle opportunità offerte dal mondo Olivetti. Un passaggio che ha segnato una frattura, ma anche costruito nuove identità.
Il film si muove proprio lungo questa linea sottile: quella che separa il distacco dall’appartenenza. Non è un semplice racconto autobiografico, ma una vera e propria indagine sull’identità, condotta attraverso immagini, incontri e testimonianze. Mauceri si mette in gioco in prima persona, diventando al tempo stesso narratore e protagonista di un viaggio che lo riporta nei luoghi delle sue origini, ma anche in spazi interiori spesso inesplorati.
La Sicilia diventa così un punto di partenza simbolico, una terra che non è mai stata vissuta fino in fondo ma che continua a esercitare un richiamo potente. Il regista si confronta con una realtà che sente sua e allo stesso tempo distante, cercando di ricostruire quel legame interrotto troppo presto. Ne nasce un racconto fatto di memorie frammentate, ricordi familiari e incontri con chi quella terra non l’ha mai lasciata o, al contrario, ha scelto di andarsene.
Il tema della migrazione, centrale nel film, viene affrontato senza retorica. Non c’è giudizio tra chi parte e chi resta, ma piuttosto la consapevolezza che entrambe le scelte comportano rinunce e opportunità. Il viaggio di Mauceri diventa così universale: parla di chi cerca altrove una possibilità e di chi invece decide di rimanere, custodendo tradizioni e identità locali. In questo senso, “Quel che resta” si inserisce in una riflessione più ampia su un fenomeno che continua a segnare la società contemporanea.

Dal punto di vista narrativo, il docufilm si distingue per una struttura costruita su più livelli. Il racconto si sviluppa in capitoli, scanditi da una progressione emotiva che alterna passato e presente. Le immagini di repertorio, gli album fotografici e i materiali d’archivio dialogano con le riprese attuali, creando un ponte visivo tra epoche diverse. La voce fuori campo dello stesso Mauceri accompagna lo spettatore, diventando una sorta di filo conduttore capace di orientare tra ricordi e riflessioni.
Accanto alla dimensione personale, emerge una coralità fatta di volti e storie. I testimoni incontrati lungo il percorso non sono semplici comparse, ma portatori di esperienze che arricchiscono il racconto. C’è chi è rimasto e racconta il peso e la forza della continuità, chi è partito inseguendo un futuro migliore e chi ha deciso di tornare, cercando di ricucire un rapporto con la propria terra. Ne nasce un mosaico complesso, in cui ogni voce contribuisce a delineare un quadro più ampio.
A rafforzare l’impatto emotivo del film è anche la componente sonora. Le musiche originali del maestro Luigi Cinque accompagnano le immagini senza sovrastarle, contribuendo a costruire un’atmosfera sospesa tra nostalgia e ricerca. Un elemento che sottolinea il carattere profondamente autoriale dell’opera, capace di unire rigore analitico e sensibilità artistica.
Ma “Quel che resta” è anche, in fondo, un omaggio al Canavese. È qui che Mauceri ha mosso i primi passi nel mondo della comunicazione, negli studi di Rete Canavese al fianco del produttore Mario Griselli. Un territorio che, pur non essendo quello di nascita, ha rappresentato un punto di riferimento fondamentale nel suo percorso professionale e umano.
Il debutto al cinema Boaro assume quindi un valore simbolico: è il ritorno di un autore che, dopo aver costruito una carriera nel panorama televisivo nazionale, sceglie di raccontare una storia più intima, legata alle proprie radici. Una scelta che riflette una tendenza sempre più diffusa anche nel mondo culturale: quella di riscoprire i territori e le identità locali come chiavi di lettura per comprendere il presente.
In un’epoca caratterizzata da mobilità continua e trasformazioni rapide, il film di Mauceri invita a fermarsi e a interrogarsi. Cosa resta davvero di noi quando lasciamo un luogo? E cosa significa, oggi, appartenere a una comunità? Domande che non trovano risposte definitive, ma che proprio per questo rendono il viaggio proposto dal regista ancora più necessario.

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