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09 Aprile 2026 - 17:18
Torino, apre la Casa di comunità “Ridotto”: tra rilancio e proteste
Un edificio abbandonato per anni, simbolo di degrado e marginalità, che torna a vivere come presidio sanitario. Ma anche una scelta contestata da una parte della cittadinanza, che teme una riduzione dei servizi. L’inaugurazione della Casa di comunità “Ridotto”, in via Cigna 74 a Torino, si colloca esattamente su questa linea di confine: tra rilancio e polemica.
La nuova struttura nasce all’interno dell’ex Astanteria Martini, un complesso che per oltre vent’anni era rimasto inutilizzato, diventando nel tempo uno spazio segnato da occupazioni e criticità. «Era una ferita per la città», ha sottolineato il direttore generale dell’Asl Città di Torino, Carlo Picco, ricordando come quell’edificio fosse ormai associato a degrado e abbandono. Oggi, invece, viene restituito alla collettività con una funzione completamente diversa: quella di punto di riferimento per la sanità territoriale.
L’intervento, finanziato con fondi del Pnrr, ha richiesto un investimento compreso tra 8 e 10 milioni di euro e ha portato alla realizzazione di un polo articolato: due case di comunità, due ospedali di comunità e tre centrali operative territoriali. Un progetto ambizioso, inserito in un piano più ampio che vede sul territorio cittadino 34 cantieri attivi, tutti legati alla riorganizzazione dei servizi sanitari.
Per la Regione, si tratta di una scelta strategica. Il presidente Alberto Cirio ha parlato di «scelta migliore possibile», sottolineando il valore di un investimento che punta a recuperare un bene pubblico e trasformarlo in un servizio per i cittadini. Sulla stessa linea anche l’assessore alla Sanità Federico Riboldi, che ha definito l’operazione una «vittoria doppia»: da un lato il miglioramento dell’offerta sanitaria, dall’altro il contenimento dei costi, legato anche all’abbandono del precedente poliambulatorio in affitto.
E proprio la chiusura del poliambulatorio di via del Ridotto rappresenta il nodo più controverso della vicenda. Durante l’inaugurazione, alcuni manifestanti dello Spi Cgil hanno contestato la scelta, parlando di una riduzione dei servizi per la Circoscrizione 5. Una critica che si inserisce in un dibattito più ampio sulla riorganizzazione della sanità territoriale: non tanto sul “come”, quanto sul “dove” e sul “quanto”.

Alberto Cirio
Secondo l’Asl, il vecchio ambulatorio presentava criticità evidenti: costi elevati (circa 130mila euro l’anno di affitto), spazi insufficienti e mancanza di adeguamenti normativi. La nuova struttura, distante circa 10-11 minuti a piedi, viene quindi proposta come alternativa più moderna ed efficiente. Ma per una parte dei cittadini questo spostamento non è neutro, soprattutto per le fasce più fragili.
Il tema è stato riconosciuto anche dalle istituzioni. L’assessore comunale al Welfare Jacopo Rosatelli ha parlato di “divergenze di valutazione” e della necessità di mantenere aperto il confronto. «Vorremmo che i luoghi della cura fossero di più, non solo più belli», ha osservato, sintetizzando una posizione che non contesta il progetto in sé, ma ne interroga gli effetti complessivi sul territorio.
Anche l’assessore regionale alle Politiche sociali Maurizio Marrone ha richiamato l’importanza di ascoltare i timori, pur rivendicando il valore dell’intervento: «Dove c’erano degrado e abbandono, oggi ci sono servizi». Una frase che fotografa bene il senso dell’operazione, ma che allo stesso tempo evidenzia la distanza tra la visione istituzionale e le percezioni di una parte della popolazione.
Sul piano politico, la maggioranza regionale rivendica con forza il risultato. Il capogruppo della Lega Fabrizio Ricca ha parlato di un servizio che potrà raggiungere oltre 120mila residenti e ha sottolineato il risparmio stimato di circa 200mila euro l’anno, legato all’eliminazione dei costi del vecchio presidio.
Resta però una questione di fondo, che va oltre il singolo intervento: come si misura davvero il miglioramento di un servizio sanitario? Nella qualità degli spazi, nella sostenibilità economica o nella prossimità ai cittadini? La risposta, probabilmente, sta nell’equilibrio tra questi elementi.
L’inaugurazione della Casa di comunità “Ridotto” segna senza dubbio un passaggio importante nel percorso di trasformazione della sanità torinese. Ma allo stesso tempo apre una fase di confronto, in cui il successo dell’operazione sarà valutato non solo sulla carta, ma nella sua capacità concreta di rispondere ai bisogni delle persone.
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