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Costume e società
09 Aprile 2026 - 15:16
“Mi devono tutto”: Amanda Lear chiama in causa Simona Ventura a “Belve”
Nel gioco sottile delle parole, dove ironia e verità spesso si sovrappongono, Amanda Lear ha colpito ancora. Lo ha fatto lo scorso 7 aprile nel salotto di Belve – l'ormai celebre show televisivo di Francesa Fagnani in onda su Rai2 –, con una di quelle frasi che sembrano leggere ma finiscono per lasciare il segno: «Come Simona Ventura. Mi devono tutto». Una battuta, certo, ma anche una chiave di lettura che riapre una pagina della televisione italiana e rimette al centro Simona Ventura, volto popolare e chivassese d’adozione, protagonista di una carriera costruita ben oltre qualsiasi ombra di dipendenza da altri.
La dichiarazione della Lear va inserita dentro il suo personaggio, da sempre sospeso tra provocazione e autocelebrazione. Icona internazionale, passata dalle frequentazioni con Salvador Dalí e David Bowie fino ai varietà televisivi italiani, Lear ha costruito negli anni una narrazione di sé volutamente sopra le righe. Quando afferma che alcune figure dello spettacolo “le devono tutto”, lo fa con quella cifra stilistica che mescola memoria, ironia e una certa consapevolezza del proprio ruolo in un’epoca in cui la televisione era ancora un sistema fortemente gerarchico.
È proprio in quel sistema che si inserisce, agli inizi, anche Simona Ventura. Il suo percorso, però, racconta tutt’altro sviluppo. Cresciuta tra Torino e il territorio del Chivassese, Ventura entra in televisione partendo dal giornalismo sportivo, per poi affermarsi negli anni Novanta in una stagione di profonda trasformazione del linguaggio televisivo. È il periodo di programmi come Mai dire Gol, Le Iene e Matricole, dove prende forma uno stile diretto, veloce, capace di parlare a un pubblico più giovane e meno legato ai codici tradizionali.

Simona Ventura
Da lì in avanti, la sua traiettoria si distacca nettamente da quella di qualsiasi “maestra” o figura di riferimento. Ventura diventa uno dei volti più riconoscibili della televisione italiana, costruendo una carriera autonoma che passa per la conduzione de L’Isola dei Famosi, il Festival di Sanremo e numerosi altri programmi di successo. Una presenza costante, capace di attraversare decenni di cambiamenti senza mai perdere centralità.
La frase di Amanda Lear, quindi, più che una reale rivendicazione, appare come una provocazione costruita su un fondo di verità storica ma amplificata fino a diventare quasi teatrale. È il riflesso di un tempo in cui i percorsi professionali si incrociavano più direttamente, ma anche di una narrazione personale che la stessa Lear continua a portare avanti con coerenza. Allo stesso tempo, però, finisce per evidenziare proprio la distanza tra due modelli: da una parte l’artista cosmopolita, abituata a muoversi tra arte e spettacolo; dall’altra una conduttrice che ha fatto della televisione italiana il proprio campo d’azione, reinventandosi più volte senza mai uscire davvero dal centro della scena.
In questo senso, la stoccata lanciata a Belve riattiva una memoria collettiva, ma arriva anche in un momento in cui Simona Ventura continua a essere una figura riconoscibile e trasversale. Non è solo il ricordo di ciò che è stato, ma la conferma di una presenza ancora attuale. Ed è forse proprio questo il paradosso della frase di Amanda Lear: nel tentativo di rivendicare un’eredità, finisce per ribadire quanto quella stessa eredità sia stata, nel caso di Ventura, solo un punto di partenza e non certo una definizione.

Amanda Lear
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