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09 Aprile 2026 - 10:10
scuola elementare il Bruno Buozzi sede dei seggi a Brandizzo
BRANDIZZO. Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo è passato con il risultato che conosciamo tutti, anche se, in questo momento in cui scrivo, iniziano gli strascichi che continueranno ancora per un bel po’. Le analisi, anzi, lo svisceramento del risultato, non si contano, così come i commenti degli analisti professionisti e quelli dei semplici cittadini.
Tutti a cercare di capire il perché del risultato, fino ad arrivare ad analisi psicologiche e patologiche dell’elettorato. Chi lo vede come un trauma. Chi come una tragedia greca con i suoi atti o chi lo vede come la conferma della propria opinione disillusa sugli italiani, benigna o maligna che sia, senza che manchi una sottile e piacevole conferma del proprio ego e della propria intelligenza. Ne abbiamo per tutti i gusti e tutti i livelli.
Sui social, moltiplicate biblicamente questo per settanta volte sette: con abbondante odio, sarcasmo e presunte rese dei conti, tra tantissimi auguri che la giustizia, non si capisce se divina o umana, colpisca il colpevole reo di aver sbagliato a votare.
Ma, che tutto questo faccia pena e disgusto o no, voglio presentarvi il referendum visto da chi ha permesso materialmente questo risultato: il presidente di seggio come il sottoscritto, il segretario e i suoi scrutatori che hanno vissuto la tornata elettorale in trincea, avendo direttamente a che fare con gli elettori o, meglio dire, i cittadini invece che con i post.
La nomina del presidente arriva un mese prima dalla Corte d’Appello, mentre gli scrutatori vengono nominati per estrazione fra gli elettori compresi nell'albo unico una ventina di giorni prima dalla commissione elettorale comunale. Negli ultimi anni vi è una ben nota emorragia di scrutatori: nonostante migliaia di persone siano iscritte agli albi, all'ultimo minuto i seggi si trovano spesso sguarniti.
Ad esempio a Brandizzo, nel mio paese, parecchie persone hanno dato forfait fino a esaurire le diverse liste degli scrutatori estratte dalla commissione, e spesso si finisce per andare a prendere la gente per strada.
Il sabato è facile che i seggi debbano aspettare per avere gli scrutatori, perché oggi lo sforzo non vale la candela. Il compenso economico a dir poco ridicolo, un insulto alla dignità di un lavoro indicato come dall’alto valore civico.
Di fatto si chiede di fare volontariato per lo Stato, rispetto alle tantissime ore di lavoro richieste tra il sabato e il lunedì. Aggiungi una burocrazia pesante e rigida che spaventa anche i veterani figuratevi chi ci prova per la prima volta che a notte fonda si ritrova a chiedersi: Chi me lo ha fatto fare?
Per questo referendum costituzionale, come Presidente di seggio ho percepito 149,50 € per 28 ore di impegno su tre giorni, ossia 5,34 € all'ora. Per scrutatori e segretario va ancora peggio: hanno preso 119,60 € per le stesse ore, ovvero 4,27 € all'ora. Questo succede perché lo Stato, che vive ancora nel romanticismo, ritiene che sia un dovere patriottico del cittadino che si traduce nel dovere di essere sfruttato.
Questo calcolo orario a tariffa piatta non tiene conto del fatto che la maggior parte delle ore viene accumulata di domenica (lavoro festivo) e spesso di notte (lavoro notturno), turni che in qualsiasi azienda verrebbero pagati con maggiorazioni pesanti.
E in questo caso si parla di un unico referendum in cui tutto è filato liscio.
I procedimenti sono lenti e farraginosi: verbali in duplice copia, estratti, bolle, timbri, firme a non finire e tabelle di scrutinio a volte grosse come vangeli, come quelle delle regionali del 2024 per via delle preferenze che ogni presidente di seggio maledice.Non è solo una questione di tempo, è una questione di tatto.
C’è l'odore dell’inchiostro fresco di stampa che ti riempie i polmoni appena apri i plichi e la ruvidità della carta dei verbali e delle schede che, ora dopo ora, sembrano assorbire l'umidità della tua pelle fino a seccarti le mani.
Ti ritrovi con i polpastrelli sporchi del nero dei timbri, macchie che non vanno via con un lavata di mano, segno tangibile di una democrazia che passa ancora attraverso quintali di cellulosa.
Poi c’è il peso delle scatole: scatoloni pieni di schede che devi spostare, sollevare e sigillare, mentre nelle orecchie già ti ronza l'ossessione per i numeri. Tutto deve tornare, al singolo centesimo elettorale, in un rito dove la quadratura dei conti può diventare una questione di fede.
E In questo delirio ti ritrovi un manuale di istruzioni scritto chiaramente da qualcuno che non è mai stato in un seggio, un labirinto di cavilli che ignorano totalmente la realtà del campo.
È il trionfo dello scollamento tra la norma e la pratica: indicazioni burocratiche così astratte che, tacitamente, nessuno si aspetta davvero che tu riesca a rispettare. Un classico italiano dove la regola è talmente assurda da costringerti a contare sul buon senso per non impazzire.E questo referendum, rispetto alle cinque tornate elettorali passate che ho svolto, è stato una passeggiata di salute.
Dopo questa disamina sullo sfruttamento civico di Stato, resta però l'esperienza umana dall’alto valore civico. Fare lo scrutatore per i neo-maggiorenni è un'occasione per avere un assaggio di responsabilità adulta e capire cosa significhi lavorare con altre persone, imparare ad aver a che fare con l’elefantiaca burocrazia italiana.
Per i senior un'occasione oltre che di arrotondare qualcosina di riempire un fine settimana altrimenti vuoto. Pare strano, si può fare molto altro, ma è proprio così. Il seggio è un lavoro di gruppo: devi imparare a fidarti dei tuoi uomini e donne e avere anche una certa fortuna con chi ti capita.
Salvo una volta, alle mie prime politiche, in cui ho trovato una carogna il cui scopo pareva essere rovinarmi l’esistenza.
Era un guastatore che si fece odiare da tutti per la sua arroganza. Arrivò pure a sfidare la mia autorità di presidente in erba, parlo di autorità non a sproposito.
Io ero il capo, anche se la cosa fece sorridere ironicamente gli scrutatori quando lo dissi impacciatamente; ma, umiliazione a parte, ero letteralmente un pubblico ufficiale per forza di legge con responsabilità.
Certe volte il seggio non funziona proprio per il materiale umano che la sorte fornisce. Quando parlo di materiale umano mi riferisco anche a me stesso. Le prime due volte che feci il presidente le considero ancora dei disastri e delle pesanti lezioni su me stesso. Ancora oggi, un filo di ansia è sempre presente: prego sempre di avere persone di buon senso più che ideali.
In questo referendum sono stato esaudito: ho avuto tutte donne, a partire dalla segretaria Marilena, una persona di cui fare un santino e mia buona amica.
La signora Croce, dalle opinioni nette e con storie sulla sua vita che non annoiavano mai, ottima sarta e ricamatrice che ha portato buon caffè e dolci.
Deborah, rapida e multitasking, grande lavoratrice e mamma di un fortunato ragazzino (era un caso, ma quando lei andava in pausa alla gente veniva voglia di votare tutta assieme). Infine Rebecca, dai capelli rossi naturali e gli occhi svegli, che affronta i primi anni di quella che fu la mia stessa facoltà, Scienze Politiche.
Tre generazioni di donne toste. Nei momenti morti le chiacchiere spaziavano dalle cose leggere a quelle serie; era come stare in una comitiva di amici. Un clima davvero sereno in cui ho conosciuto belle persone: mi piace sapere che anche in un paesino puoi scoprire volti nuovi.
Poi, appunto, Marilena. La vera svolta per un presidente è il segretario che si sceglie. Se il presidente è la mente, la segretaria è il cuore: colei che gestisce verbali, registri e buste. Se trovi la persona giusta, metà dei problemi sono risolti. Con lei ho fatto tre votazioni filate lisce. Il segretario devi conoscerlo, deve esserci un rapporto di amicizia e franchezza perché deve guardarti le spalle. Gli scrutatori passano, ma il segretario resta.
Gli elettori sono attimi veloci, ma alcuni lasciano il segno. C'è il vecchio sindaco Buscaglia, trovato alle sette davanti alla porta sotto la pioggia quasi gliela sbattevo addosso la porta; probabilmente è il primo a votare in assoluto alle Bruno Buozzi, una sua tradizione. Una coppia di novantenni sposati da sessant'anni che scherzavano e si vezzeggiavano: come fai a non sperare di arrivare così alla loro età?
Ho visto un padre aiutare il figlio e una figlia accompagnare il padre quasi novantenne sulla sedia a rotelle, ostinato a votare da solo per sacro dovere.
Un ragazzino neo-diciottenne era così emozionato che piegò la scheda al contrario; era evidentemente imbarazzato mentre il padre, all'ingresso, scuoteva la testa tra un riso e un’alzata d’occhi al cielo.
Non immaginate quante persone sbaglino a piegare la scheda. In un altra tornata mi era capitato di vedermi arrivare, a un soffio dalla chiusura domenicale, un signore in bicicletta con la camicia aperta e macchiata di vino.
Era palesemente brillo, reduce da un matrimonio: ci guardammo tutti con il dubbio se consegnargli la scheda o un bicchiere d’acqua.
Una signora dalla riccia criniera bianca e l'incarnato olivastro che raccontava di essere tornata in dalla Toscana perché una tempesta le aveva distrutto casa e non poteva pagarne i danni. Un molisano, ebbene sì, posso confermare che esistono. Vecchi compagni di scuola e insegnanti incontrati dopo una vita.
Un padre anziano con un figlio disabile: lo vedi in quegli occhi stanchi e lo lasci andare con un sentito buongiorno.
Una coppia di piccoli gemelli biondi che fissavano come le gemelle di Shining per poi accendersi davanti alle caramelle della signora Croce. Un albanese sessantenne che ne aveva viste tante prima di poter votare.
Il signore che voleva votare con tutti gli spazi occupati per pigrizia e il tipo impaziente che girava tra i seggi atteggiandosi come se il suo voto fosse un favore personale a noi. Alcune persone, lo senti, hanno solo voglia di parlare.
La solitudine la puoi vedere e annusare quando pesa. Nel seggio passa di tutto e, se sei in una cittadina di provincia, puoi davvero farti un'idea dei tuoi compaesani.
Il bellimbusto tutto tirato, con un sorriso tronfio. Ricordo uno che si chiuse in cabina e per due minuti buoni ci fece ascoltare lo strisciare ossessivo della matita copiativa sulla carta.
Ci guardavamo, chiedendoci cosa stesse scrivendo con quella foga e quel calcare la mano così voluto. Poi, allo scrutinio, trovammo una scheda trasformata in un poema: era la sua? Chi lo sa.
In ogni scrutinio se ne trovano un paio così. Molte riportano i classici insulti o disegni volgari, ma alcune sono talmente ispirate che meriterebbero di essere conservate per i posteri come reperti di un malessere o di un’ironia purissima.La politica, quello che racconta tutto del paese la vedi negli occhi di chi aspetta quei tre minuti della registrazione in cui tenta di parlare per sentirsi meno solo almeno per un momento.
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