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Due castelli, mille intrighi: il Medioevo segreto di Settimo Torinese

Dalle fonti medievali emergono tracce di due distinti fortilizi: tra Monferrato, Savoia e Acaia, il ruolo strategico di Settimo lungo il Po

Due castelli, mille intrighi: il Medioevo segreto di Settimo Torinese

La torre si eleva sui tetti di Settimo Torinese all'inizio del ventesimo secolo

«Oh, che bel castello, Marcondirondirondello». È la prima strofa di una notissima filastrocca dal ritmo giocoso e un po’ ipnotico. Nell’Italia settentrionale, dal Piemonte al Veneto, se ne conoscono numerose varianti, tutte adatte ai giochi di cortile (quando i bambini giocavano nei cortili delle case). Ovviamente il maniero in questione non è un edificio reale, ma un luogo meraviglioso e magico, fuori del tempo. Un fortilizio fiabesco, insomma. Non uno ma due castelli, entrambi immersi nella cornice storica del tardo Medioevo, si ha notizia in Settimo Torinese.

Che cosa emerge dalle fonti d’archivio? A un antico «castrum» accennano esplicitamente alcuni documenti del Duecento e del primo Trecento. Ma non si tratta della rocca di cui la massiccia torre tuttora esistente fece parte. Per esemplificare, un certo Guglielmo è menzionato nel 1212 quale castellano del luogo, mentre un atto notarile del 1233 risulta sottoscritto nello stesso fortilizio. A quel tempo, tuttavia, il castello che incorporava in sé la torre non esisteva.

Come misurarsi con questa realtà? Occorre premettere che nel 1334, alla morte dell’irrequieto principe Filippo di Savoia Acaia, il castello e il borgo di Settimo Torinese passarono ai marchesi del Monferrato, i quali li tennero sino al 1435, allorché dovettero cederli definitivamente ai Savoia. Giacomo, figlio e successore di Filippo, cercò in ogni modo di riavere Settimo, ma i suoi sforzi non furono coronati da successo. Anche i nipoti, Amedeo e Ludovico di Acaia, non poterono fare molto.

Per garantirsi il dominio della località, in condizioni di guerra talvolta non dichiarata ma pressoché continua, i marchesi necessitavano di un idoneo complesso difensivo, essendo Settimo la punta avanzata delle terre monferrine lungo il Po, tanto più se si considera che il cospicuo borgo di Gassino, sulla destra orografica del fiume, era saldamente tenuto dagli Acaia.

Non stupisce che nelle coeve fonti d’archivio abbondino le notizie di aggressioni, scorrerie, agguati e scaramucce. Lo stesso Filippo d’Acaia aveva deciso di non risiedere stabilmente a Torino, troppo esposta agli attacchi dei marchesi, ma a Pinerolo, dove più raggruppate e salde erano le basi del proprio dominio. Il possesso di Settimo era altresì utile per tenere sotto controllo, a valle della città, il corso del Po, allora importante via di traffico.

È dunque assai probabile che il «castrum» signorile non fosse in grado di rispondere validamente alle necessità militari che il diverso contesto geopolitico comportava, specie in rapporto al successo che ottenevano le armi da fuoco. Di qui l’esigenza di una fortezza che ospitasse una guarnigione commisurata alle più mutevoli esigenze, per compiere puntate offensive su Torino, sorvegliare il territorio, riscuotere i diritti di pedaggio, rintuzzare gli imprevedibili assalti di uomini al servizio del principe di Acaia, del conte di Savoia e dei loro vassalli.

La torre fra le due guerre mondiali

La torre fra le due guerre mondiali

Le fonti dell’epoca insistono molto sull’estrema insicurezza della zona di Settimo, anche in tempo di pace. Si spiega così perché il marchese Teodoro II del Monferrato, il 1° dicembre 1392, ordinasse di provvedere alle fortificazioni di numerosi luoghi, fra cui Chivasso, Verolengo, Brandizzo e Settimo. Nell’agosto 1402 lo stesso marchese era in allarme, ritenendo che i nemici fossero sul punto di occupargli una località dalle parti di Chivasso o Settimo oppure di compiervi «una grossa e ragguardevole corsa», come si esprime lo storico Ferdinando Gabotto (1866-1918).

In definitiva, un fortilizio sufficientemente munito era indispensabile per evitare gli effetti più disastrosi di guerre che si prolungavano all’infinito, tra piccoli scontri, rappresaglie, razzie, incendi di case e mulini, lotte di fazioni opposte, essendo i nobili inclini a proseguire le ostilità a proprio esclusivo vantaggio, anche in tempo di pace.

Fu sotto i marchesi del Monferrato, fra gli ultimi decenni del Trecento e i primi del Quattrocento, che il «castrum» originario mutò aspetto in maniera radicale? Sulla base delle fonti documentarie finora note, nulla si può asserire inoppugnabilmente. Tuttavia molti fattori avvalorano l’ipotesi e nessuno la smentisce.

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