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31 Marzo 2026 - 22:18
Non è più solo un test. Non è ancora un servizio. Ma è qualcosa che sta nel mezzo, e che somiglia molto al futuro. A Torino si è chiusa la sperimentazione della navetta autonoma AuToMove, e i numeri raccontano una storia che va oltre la curiosità tecnologica: oltre 1.100 chilometri percorsi, più di 450 corse effettuate, circa mille utenti trasportati. Tradotto: la guida autonoma non è più un’ipotesi da laboratorio, ma una presenza concreta nel traffico urbano. E soprattutto, secondo il sindaco Stefano Lo Russo, è arrivato il momento di cambiare scala. «Non è un punto di arrivo, ma un passaggio fondamentale», ha detto durante l’evento “Mobilità autonoma: il futuro si disegna a Torino”. Poi la linea politica: «Abbiamo dati, competenze e un ecosistema che ci consentono di fare un passo avanti, ossia trasformare queste sperimentazioni in servizi reali integrati nel trasporto pubblico».
Il tracciato scelto non è casuale: tre chilometri tra il Campus Einaudi, corso Tortona e Lungo Dora Siena, un’area che mescola università, traffico quotidiano e flussi pedonali. Qui la navetta elettrica ha operato per settimane, inserendosi in un contesto urbano reale, non simulato. È questo il punto chiave della sperimentazione: non dimostrare che la tecnologia funziona in condizioni ideali, ma verificare se regge nella complessità della città. E i dati, almeno per ora, danno una risposta positiva.

Non è stato un progetto chiuso tra tecnici e ingegneri. Al contrario, il coinvolgimento è stato parte integrante del test. Tra febbraio e marzo sono stati organizzati 15 eventi, con circa 300 partecipanti, tra cui 180 studenti e 25 utenti vulnerabili. A questi si aggiungono le centinaia di cittadini che hanno utilizzato la navetta tramite prenotazione. Il risultato è un esperimento che non riguarda solo la tecnologia, ma anche la fiducia delle persone. Perché la vera sfida della guida autonoma non è solo far funzionare i sensori, ma convincere chi sale a bordo.
Non è un caso che, già a dicembre, Torino abbia avanzato la candidatura per diventare città-laboratorio europea per la mobilità autonoma. L’obiettivo è chiaro: trasformare queste sperimentazioni in un vantaggio competitivo. La carta che la città gioca è quella dell’ecosistema: università, centri di ricerca, industria e pubblica amministrazione che lavorano insieme. Un modello che punta a fare di Torino non solo un luogo dove si testano tecnologie, ma dove si sviluppano e si applicano su larga scala.
Finché resta un progetto pilota, la navetta autonoma è un successo. Ma il salto che Lo Russo indica — quello verso un servizio reale integrato nel trasporto pubblico — apre scenari molto più complessi. Significa ripensare l’organizzazione del trasporto urbano, i costi e i modelli di gestione, il ruolo degli operatori umani e soprattutto la regolamentazione. Perché la tecnologia, ormai, c’è. Ma il passaggio alla quotidianità richiede scelte politiche, investimenti e una visione chiara.
Torino, storicamente legata all’industria automobilistica, tenta così una nuova trasformazione. Non più solo città dell’auto, ma città della mobilità intelligente. La sperimentazione di AuToMove, in questo senso, è più di un progetto: è un segnale. Indica una direzione, ma non garantisce ancora l’arrivo. Per ora, resta un dato: 1.100 chilometri senza conducente, dentro una città vera. Il resto — il passaggio da test a servizio — è tutto da costruire. Ma, per la prima volta, sembra davvero possibile.

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