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31 Marzo 2026 - 22:04
il consigliere del Movimento 5 Stelle Karim El Motarajji ha portato In aula la proposta di revoca della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini
Non è solo una votazione. Non è nemmeno solo una questione simbolica. È un terreno di scontro politico vero, identitario, destinato a tornare ciclicamente. A Biella, la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini resta intatta. E con essa resta aperta una frattura che attraversa non solo il Consiglio comunale, ma l’intero modo di intendere il rapporto tra istituzioni e memoria.
Nella seduta del 31 marzo, il consigliere del Movimento 5 Stelle Karim El Motarajji ha riportato in aula la proposta di revoca dell’onorificenza concessa al duce durante il Ventennio. Una mozione che non nasce oggi, ma che si inserisce in una battaglia politica e culturale che a Biella va avanti da anni e che, ancora una volta, si scontra con un muro. Il sindaco Marzio Olivero ha ribadito il suo no, senza sfumature: «Su questa vicenda il Consiglio ha già votato». Ma è la seconda parte dell’intervento a chiarire la postura politica della maggioranza: «Non lo faccio così da dare a voi la possibilità di ripresentarla ogni anno». Una frase che sposta immediatamente il piano: non si tratta solo del merito della questione — togliere o meno la cittadinanza a Mussolini — ma del metodo e del controllo dell’agenda politica. Olivero non sta solo difendendo una decisione precedente: sta tracciando un confine, dicendo che quel tema, per la sua amministrazione, non è più negoziabile.
La proposta di revoca non è nuova. Già nel 2025, il Comitato “M come Matteotti” aveva portato il tema al centro del dibattito cittadino, definendo la cancellazione della cittadinanza a Mussolini un «atto dovuto alla storia», nel solco dell’80esimo anniversario della Resistenza. Non solo togliere, ma anche aggiungere: conferire la cittadinanza onoraria a Giacomo Matteotti, figura simbolo dell’antifascismo italiano. Un’operazione culturale e politica insieme, pensata per ridefinire i riferimenti della città. Ma quella spinta non è bastata: il Consiglio comunale aveva già bocciato una prima proposta e oggi, alla seconda riproposizione, la risposta è identica, con un tono però più rigido.

Il sindaco di Biella, Maurizio Oliviero
Il punto, ormai, non è più solo Mussolini, ma ciò che Mussolini rappresenta nel dibattito pubblico contemporaneo. Per le opposizioni, mantenere la cittadinanza è una contraddizione evidente, un retaggio che, se non viene rimosso, rischia di trasformarsi in una forma di legittimazione implicita. Non si tratta di riscrivere la storia, ma di prendere posizione nel presente. Dall’altra parte, la maggioranza guidata da Olivero si muove su un crinale diverso: non una difesa del duce, ma una scelta di non intervenire, di non trasformare il Consiglio comunale in un’arena simbolica permanente. È una linea che si ritrova in molte amministrazioni italiane, dove queste onorificenze vengono considerate residui formali più che atti politicamente attivi. Ma è una scelta che lascia aperta una domanda: il non decidere è davvero neutralità?
La posizione del sindaco introduce anche un elemento ulteriore: non solo un no nel merito, ma la volontà di chiudere il tema, di sottrarlo al confronto ciclico. Per l’opposizione, invece, la riproposizione della mozione è uno strumento legittimo per tenere viva una questione che riguarda la memoria storica e i valori fondanti della Repubblica. Per la maggioranza diventa invece una forma di pressione politica reiterata. Due visioni che non si incontrano.
Il caso di Biella si inserisce in un contesto più ampio: in tutta Italia molti comuni hanno affrontato la questione delle cittadinanze onorarie a Mussolini. Alcuni le hanno revocate, altri no. Biella sceglie di lasciare le cose come stanno, ma trasformando il tema in uno scontro politico esplicito, non più solo amministrativo. E ogni volta che torna in aula riapre le stesse linee di frattura: memoria contro pragmatismo, simbolo contro gestione, identità contro agenda.
Fuori dal Consiglio, la città resta divisa. Per alcuni, mantenere la cittadinanza è una ferita simbolica; per altri, una questione lontana, quasi astratta; per altri ancora, un tema che alimenta una polarizzazione senza effetti concreti. Ma il punto resta irrisolto. Mussolini resta cittadino onorario, e con lui resta aperto un conflitto che non è mai stato davvero amministrativo, ma profondamente politico. E proprio per questo destinato a tornare.

La cittadinanza onoraria a Mussolini: un’eredità del Ventennio che divide ancora l’Italia
La vicenda di Biella non è un’eccezione. È, semmai, l’ultimo capitolo di una storia che attraversa decenni e centinaia di comuni italiani. Durante il Ventennio fascista, conferire la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini era una pratica diffusa, spesso più formale che sostanziale, ma altamente simbolica: un atto di adesione politica, di fedeltà al regime, che molti Consigli comunali approvavano senza reali margini di dissenso.
Quelle delibere, nella maggior parte dei casi, non sono mai state formalmente revocate dopo la caduta del fascismo. E così, a distanza di ottant’anni, il nome di Mussolini continua a comparire negli atti ufficiali di numerose città italiane.
Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato. Soprattutto in occasione di ricorrenze come il Giorno della Memoria o gli anniversari della Liberazione, diversi comuni hanno avviato percorsi per cancellare quell’onorificenza. Non si tratta solo di un gesto amministrativo, ma di una presa di posizione politica e culturale.
Tra le città che hanno deciso di revocare la cittadinanza a Mussolini ci sono Torino, Milano, Bologna, Firenze, Genova, Bari, Verona e molte altre realtà, grandi e piccole. In questi casi, il voto in Consiglio comunale è stato spesso accompagnato da un dibattito acceso, ma anche dalla volontà di riallineare gli atti istituzionali ai valori della Costituzione antifascista.
In altri contesti, invece, la scelta è stata opposta: non intervenire. Le motivazioni sono diverse. C’è chi sostiene che quelle cittadinanze siano ormai prive di valore giuridico, essendo decadute con la fine del regime. C’è chi ritiene che revocarle significhi compiere un gesto simbolico ma inutile, se non addirittura divisivo. E c’è chi, più pragmaticamente, preferisce evitare che il tema diventi un terreno di scontro politico permanente.
È il caso di città come Biella, ma anche di altri comuni dove le proposte di revoca sono state respinte o non sono mai arrivate in aula. In alcuni casi, la questione riemerge ciclicamente, legata a iniziative di associazioni, comitati o forze politiche; in altri resta latente, senza mai essere affrontata apertamente.
Il nodo, in fondo, è sempre lo stesso: che valore attribuire oggi a un atto del passato?
Per alcuni, lasciare intatta quella cittadinanza equivale a mantenere una contraddizione simbolica con i principi democratici. Per altri, cancellarla rischia di essere un’operazione più politica che storica, incapace di incidere realmente sulla memoria collettiva.
Nel mezzo, le amministrazioni locali si muovono tra due esigenze opposte: da un lato la coerenza con i valori costituzionali, dall’altro la volontà di non trasformare ogni Consiglio comunale in un’arena di scontro ideologico.
Per questo il tema continua a riemergere, città dopo città, voto dopo voto. E ogni volta ripropone la stessa domanda, irrisolta:
la memoria si conserva lasciando traccia del passato, o si afferma correggendolo?
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