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31 Marzo 2026 - 20:51
L’odore arriva prima di tutto. Ancora prima dei cartelli, prima dei nomi degli stand, prima di capire esattamente cosa sta succedendo al secondo piano di Green Pea a Torino. È un misto difficile da scomporre: brodi lunghi, fritti leggeri, spezie più o meno familiari. Non è il classico odore da evento gastronomico torinese, ed è proprio questo il punto.
Giovedì sera, 26 marzo, qui si è tenuto l’Asian Food Fest, appuntamento che ha riunito una decina di ristoranti asiatici attivi in città in una formula semplice: stand, piatti unici, assaggi veloci e un voto finale affidato al pubblico e a una giuria tecnica.
La scena, una volta entrati, è più vicina a un mercato coperto che a una degustazione strutturata. Niente tavoli apparecchiati, poche sedute e molto movimento. Si gira, si osserva, si fa la fila. E soprattutto si aspetta: perché tutti cucinano sul momento.
Dietro ai banconi il lavoro è continuo. Da Ramen Bar Akira si gestiscono pentole e tempi lunghi, con il brodo che non si ferma mai. Poco più in là, da Tuttofabrodo, i bao vengono chiusi a mano uno dopo l’altro, con una manualità che attira chi si ferma anche solo per guardare.
Altri stand lavorano su preparazioni più rapide: il pollo speziato di Tan Street esce a ritmo sostenuto, così come i ravioli di Panda Q. Il sushi, da Gari e Taiyo, scorre più veloce, mentre piatti come il curry di Curry and Co o le samosa di Dawat tengono insieme rapidità e preparazioni più strutturate.

Chef all'opera al Green Pea
In mezzo, gli chef parlano. Spiegano cosa stanno servendo, perché proprio quel piatto, come si inserisce nel loro menu. Non è una presentazione formale: sono scambi brevi, spesso sopra il rumore della sala, tra una comanda e l’altra.
Il pubblico segue lo stesso ritmo. Arriva a ondate ma dentro lo spazio si muove liberamente. Il sistema è semplice: in mano, un gettone, in bocca, dieci assaggi. Il loro compito è quello di assaggiare, confrontare e votare.
In parallelo, una giuria tecnica, composta da volti noti del panorama enogastronomico torinese, osservava, assaggiava, prendeva appunti.
Verso fine serata si procede con il conteggio. Il risultato arriva senza particolari attese: vince Lo Straniero, scelto sia dal pubblico sia dalla giuria tecnica.
Il piatto che ha conquistato tutti è stato una rivisitazione del panipuri: due piccole sfere croccanti, una dolce e una salata, ripiene di patate, ceci, cipolle, yogurt e spezie. Un’idea che attraversa confini, dall’India alla Malesia, e che nelle mani dello chef Justin Yip diventa sintesi perfetta di identità e contaminazione.
La chiusura è graduale: meno file, stand che iniziano a rallentare, pubblico che defluisce senza un vero momento di rottura. Più che una premiazione, la fine di un flusso.
Nel complesso, un evento che fotografa una tendenza già visibile a Torino: crescita dell’offerta asiatica, pubblico trasversale e format brevi che funzionano. Meno esperienza “da ristorante”, più dinamica da spazio condiviso. E, almeno per una sera, con una risposta evidente in termini di partecipazione.
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