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Chiorino "a testa altissima". Le reazioni politiche

Lascia anche le deleghe alla vigilia della sfiducia. Cirio la difende: «Persona perbene». Opposizioni all’attacco: «Atto dovuto, ora tutta la verità su rapporti e sistema di potere»

Chiorino "a testa altissima". Le reazioni politiche

«Faccio un passo indietro a testa alta». Con queste parole Elena Chiorino ufficializza l’uscita definitiva dalla giunta regionale del Piemonte, lasciando non solo la vicepresidenza – già abbandonata nei giorni scorsi – ma anche le deleghe pesanti al Lavoro, all’Istruzione e alle Partecipate. Una decisione arrivata alla vigilia di un Consiglio regionale che si preannunciava rovente, con all’ordine del giorno la mozione di sfiducia delle opposizioni, e maturata in un clima politico sempre più incandescente, tra pressioni interne alla maggioranza e un fuoco incrociato delle minoranze.

«Faccio un passo indietro a testa alta, nella consapevolezza della mia correttezza e del lavoro svolto al servizio delle istituzioni. Continuerò a difendere le mie idee dal gruppo di Fratelli d’Italia e la mia onorabilità sociale e onestà personale, contro ogni eventuale forma di sciacallaggio, in tutte le sedi», mette nero su bianco Chiorino, rivendicando la propria estraneità ai fatti e respingendo con forza ogni addebito politico e mediatico. Una presa di posizione che diventa ancora più dura quando l’ex assessora attacca apertamente quello che definisce un clima costruito ad arte: «Non posso accettare che senza alcuno scrupolo si tenti di colpire la mia persona, mettendo in discussione l’azione amministrativa portata avanti in questi anni e coinvolgendo in modo irresponsabile anche persone estranee».

E poi l’affondo sull’ultimo fronte mediatico: «L’ultimo presunto scoop consisterebbe nel fatto che forse domani potrebbe essere nominata una persona di mia conoscenza in un ente legato agli Special Olympics, con emolumenti zero e in assenza di altre candidature nei termini previsti dalla legge».

Le dimissioni arrivano mentre sullo sfondo resta l’ombra dell’inchiesta romana e del cosiddetto “affaire Delmastro”, con i riflettori puntati anche sulla società legata al ristorante “Le 5 Forchette”, la cosiddetta “Bisteccheria d’Italia”, in cui Chiorino è stata socia insieme ai Carroccia e ad altri esponenti di Fratelli d’Italia.

Secondo gli sviluppi investigativi, quella struttura sarebbe stata utilizzata – ipotesi tutta da verificare nelle sedi giudiziarie – per operazioni di riciclaggio riconducibili al clan Senese. Un quadro che, pur non coinvolgendo direttamente l’ex assessora sul piano penale, ha avuto un impatto politico devastante.

«Ho comunicato al presidente la decisione di rassegnare le mie dimissioni irrevocabili. È una scelta che assumo per senso di responsabilità e per il bene della Regione Piemonte, della maggioranza di centrodestra e del mio partito. Sono una persona perbene e non posso accettare che vengano strumentalizzate le evoluzioni di un’indagine che riguarda terze persone, e non la sottoscritta», ribadisce ancora Chiorino, provando a chiudere il cerchio su una vicenda che l’ha travolta politicamente.

Il presidente della Regione, Alberto Cirio, prende atto e difende senza esitazioni la sua ormai ex numero due.

«Elena Chiorino è una persona per bene su cui in tutti questi anni non ci sono mai stati né dubbi, né ombre. Il suo gesto conferma la sua profonda correttezza e il rispetto delle istituzioni, fatto per senso di responsabilità e per il bene della Regione».

Parole che suonano come una presa di posizione netta, mentre il governatore assume ad interim tutte le deleghe lasciate vacanti: istruzione e merito, diritto allo studio universitario, lavoro, formazione professionale, welfare aziendale e rapporti con le partecipate.

«Queste sono le parole di una persona corretta che ha sempre lavorato con dedizione e lealtà, raggiungendo risultati importanti, dalle Academy per la formazione d’eccellenza ai progetti di welfare aziendale, fino alle misure per la conciliazione vita-lavoro come il prolungamento degli orari degli asili nido», sottolinea ancora Cirio, blindando politicamente l’operato dell’ex assessora.

Ma se la maggioranza prova a serrare i ranghi, il fronte delle opposizioni rivendica una vittoria politica. Il Partito Democratico parla apertamente di «atto dovuto» e di «passo importante per la tutela del governo della Regione Piemonte».

«È anche una vittoria delle opposizioni che unite hanno da subito chiesto una piena assunzione di responsabilità», dichiarano Gianna Pentenero e Domenico Rossi, ribadendo la linea seguita fin dall’inizio: «Non cerchiamo tribunali del popolo, ma chi ha incarichi pubblici deve rispondere anche sul piano etico e dell’opportunità».

E il punto politico, per i Dem, resta netto: «L’assessora non poteva non assumersi la responsabilità politica dei fatti gravi che l’hanno vista coinvolta in una società con la figlia di un prestanome del clan dei Senese». Da qui la conclusione: «Il primo dovere di chi siede in queste cariche è difendere l’istituzione. La trasparenza non è un’opzione, ma il fondamento del patto tra amministrazione e cittadinanza».

Sulla stessa linea il Movimento 5 Stelle, che da giorni incalzava la giunta.

«Le dimissioni erano l’unica cosa giusta da fare», attacca la deputata Chiara Appendino, parlando di «una settimana di imbarazzanti tentativi di restare attaccata alla poltrona». Ma per i pentastellati la partita è tutt’altro che chiusa: «Restano aperti i nodi più profondi: i rapporti tra Fratelli d’Italia piemontese, il sistema di potere e la criminalità organizzata. Su tutto questo vogliamo la verità e non faremo un passo indietro».

Anche dal Consiglio regionale arriva la stessa linea: «Un atto dovuto e non più rimandabile», affermano Sarah Disabato, Alberto Unia e Pasquale Coluccio, che chiedono ora al presidente Cirio di chiarire «ogni aspetto di questa inquietante vicenda» nell’Aula di Palazzo Lascaris.

Durissimo il giudizio di Alleanza Verdi e Sinistra. «Era ora», attaccano le consigliere Alice Ravinale, Valentina Cera e Giulia Marro, parlando apertamente di «scandalo colossale».

«Quello della Bisteccheria d’Italia è l’unico esito possibile di questa penosa vicenda, che sta travolgendo la credibilità della Regione», affermano, aggiungendo un passaggio che pesa come un macigno: «Con le mafie non si fanno affari». E ancora: «Stupisce che si sia provato a difendere l’indifendibile».

Il clima resta dunque teso, con una maggioranza costretta a fare i conti con una crisi politica improvvisa e con gli equilibri interni da ridefinire. Sullo sfondo resta anche il nodo delle deleghe e quello degli assetti in Consiglio regionale, dove il ritorno di Chiorino come consigliera apre nuovi scenari, a partire dalla posizione di Claudio Sacchetto, che decadrà dopo il rientro dell’esponente di Fratelli d’Italia.

Intanto, a Torino,  la sensazione, tra i corridoi di Palazzo Lascaris, è che questa storia sia tutt’altro che finita.

A testa alta

Pare ci sia stata anche una telefonata di Giorgia Meloni: «Via Chiorino o sono guai», sennò con cavolo che si dimetteva, ma questo è gossip. E infatti il bello del gossip è che serve sempre a spiegare quello che ufficialmente non si può spiegare: perché fino a un minuto prima si resiste «a testa alta» e un minuto dopo, sempre «a testa alta», si esce.

La testa, in politica, è una cosa straordinaria: resta sempre alta, anche quando il resto scende.

Il copione è noto. Prima fase: non c’è nulla, tutto montato, attacchi mediatici, sciacallaggio, onore personale, istituzioni da difendere. Seconda fase: non entro nel merito ma respingo tutto. Terza fase: mi dimetto per senso di responsabilità. È una specie di liturgia laica, con passaggi obbligati, come la messa ma senza il latino.

Naturalmente nessuno cambia idea. Si cambia solo posizione.

Poi c’è la parola magica: responsabilità. Che in Italia significa una cosa curiosa: non è ciò che ti tiene al posto, ma ciò che ti convince ad andartene. Più sei responsabile, più ti dimetti. Gli irresponsabili invece restano, ma questo è un altro discorso.

Nel frattempo la politica si divide, come sempre, tra chi dice «era inevitabile» e chi dice «era ora». Che poi sono la stessa cosa detta con due toni diversi: uno grave, uno soddisfatto. Manca solo chi dica «non cambia nulla», ma quello lo pensano tutti.

E infatti non cambia quasi mai nulla. Si sposta una pedina, si ricompone il quadro, si parla di rilancio, di ripartenza, di discontinuità — parola meravigliosa che significa fare le stesse cose con facce diverse. O, se preferite, le stesse facce in ruoli diversi.

Intanto resta l’impressione che le dimissioni, più che un atto politico, siano diventate un genere letterario. Hanno un loro stile, un lessico preciso, persino una metrica: «passo indietro», «testa alta», «senso delle istituzioni». Manca solo la rima.

E alla fine tutto torna come prima, tranne una cosa: il titolo sui giornali. Che dura un giorno. Poi arriva il prossimo. Sempre con qualcuno che, naturalmente, farà un passo indietro. Ma a testa altissima. Sempre.

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