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24 Marzo 2026 - 23:22
La vicepresidente della Regione, Elena Chiorino
La scossa arriva da Roma, ma l’onda si propaga fino a Torino. Le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove — annunciate con la formula della “leggerezza” e della responsabilità politica — riaprono un fronte tutto piemontese, trasformando un caso nazionale in una richiesta esplicita di chiarimento a livello regionale.
A lanciare l’affondo è il Partito democratico del Piemonte, che chiede senza mezzi termini le dimissioni della vicepresidente della Regione, Elena Chiorino. Una richiesta che non si limita alla polemica politica, ma si fonda su un principio di coerenza: se le ragioni che hanno portato Delmastro a lasciare l’incarico sono valide a Roma, sostengono i dem, devono valere anche a Torino.
“Il passo indietro del sottosegretario non chiude affatto la questione, ma anzi la riapre con ancora più forza a livello regionale”, afferma il segretario regionale del Pd, Domenico Rossi. Il ragionamento è lineare e insieme politico: “Se l’inopportunità politica, le ombre e la gravità di questa vicenda sono tali da costringere alle dimissioni un esponente del governo, devono valere anche per chi siede ai vertici della nostra Regione”.

Il segretario regionale del Pd, Domenico Rossi.
Al centro delle contestazioni c’è il coinvolgimento, secondo quanto ricostruito dal Pd, della stessa Chiorino — insieme al consigliere Davide Zappalà — in un assetto societario che vedeva la presenza di Delmastro e legami con la figlia di una persona condannata in via definitiva per aver agevolato il clan camorristico dei Senese. Un elemento che, per l’opposizione, non può essere liquidato come marginale o esclusivamente personale.
“Non esistono due pesi e due misure: Chiorino segua l’esempio di Delmastro e rassegni immediatamente le dimissioni”, incalza Rossi. Un passaggio che segna il salto dalla critica alla richiesta politica formale, mettendo la vicepresidente regionale al centro di una pressione che, almeno per ora, non trova risposte ufficiali.
Ma l’attacco non si ferma qui. Il Pd chiama direttamente in causa anche il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, accusato di un atteggiamento attendista, se non evasivo. “Se non sarà lei a fare un passo indietro, ci aspettiamo che sia il presidente a scegliere di tutelare l’ente”, prosegue Rossi, denunciando quello che definisce “un imbarazzato silenzio” e invitando a non derubricare la questione a un problema nazionale o personale.
Il riferimento al contesto piemontese non è casuale. “Il Piemonte, terra di lotta quotidiana alla criminalità organizzata, merita chiarezza, responsabilità, rispetto e trasparenza”, sottolinea il segretario dem, trasformando la vicenda in una questione che riguarda l’immagine e la credibilità dell’istituzione regionale nel suo complesso.
Dall’altra parte, la scelta di Delmastro — maturata dopo giorni di polemiche — è stata accompagnata da parole che provano a delimitare il perimetro della vicenda: “Non ho fatto niente di scorretto”, ha dichiarato, parlando però di una “leggerezza” di cui si assume la responsabilità “nell’interesse della Nazione”. Una formula che, come spesso accade, tiene insieme difesa personale e riconoscimento politico dell’opportunità di fare un passo indietro.
Ed è proprio su questo terreno — quello dell’opportunità politica — che si gioca ora lo scontro in Piemonte. Per il Pd, le dimissioni di Delmastro non sono un punto di arrivo, ma un precedente. Un precedente che, se preso sul serio, dovrebbe produrre effetti anche a livello locale.
Resta da capire se e come la maggioranza regionale risponderà. Per ora, il silenzio pesa quanto le parole. E in politica, si sa, anche il silenzio è una forma di risposta.
Nel frattempo, la vicenda si inserisce in un quadro più ampio, in cui i confini tra responsabilità individuale, opportunità politica e percezione pubblica diventano sempre più sottili. E dove ogni decisione — dimettersi o restare — finisce per essere letta non solo per ciò che è, ma per ciò che rappresenta.

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