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Chiorino si dimette domani?!

Non serve un’indagine: basta una domanda senza risposta. Dopo Delmastro, la caduta è solo questione di giorni

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Elena Chiorino

Ci sono momenti in politica in cui la realtà arriva sempre con qualche giorno di ritardo rispetto alle parole. E poi ci sono quelli – più rari – in cui le parole anticipano inevitabilmente la realtà. Questo è uno di quelli.

Perché, al netto delle dichiarazioni, delle smentite, delle difese d’ufficio e delle accuse di “gogna mediatica”, la traiettoria è già scritta. Elena Chiorino si dimetterà. Consegnerà le deleghe nella mani del Governatore Alberto Cirio. Non domani, forse dopodomani. Ma accadrà.

E non perché ci sia un’inchiesta, un reato, una prova definitiva. Ma perché, in politica, esiste una cosa che si chiama gravità. E quando la gravità supera una certa soglia, non serve altro.

La vicenda della “bisteccheria” – nome già di per sé perfetto per una tragicommedia italiana – ha dentro tutto quello che serve per diventare insostenibile: una società, una partecipazione, una figlia, un padre, una condanna per mafia. E soprattutto una domanda semplice, quasi brutale: com’è possibile?

È la domanda che non ha risposta. Ed è sempre quella che, prima o poi, fa cadere tutto.

La difesa della maggioranza di centrodestra è tecnicamente impeccabile. Quote minoritarie. Soci incensurati. Uscita immediata. Nessun reato. Tutto vero, probabilmente. Ma irrilevante. Perché la politica non è un’aula di tribunale e non si salva per insufficienza di prove.

E infatti il punto non è mai stato giudiziario. Il punto è sempre stato quello che il Movimento 5 Stelle, con una certa brutalità ma anche con una certa lucidità, ha messo sul tavolo: o lo sapevano, o non lo sapevano. E nessuna delle due risposte funziona.

Nel frattempo, da Roma, è arrivata la lezione che cambia tutto. Andrea Delmastro si è dimesso. Non travolto da una sentenza, ma da un principio: quando una vicenda diventa più grande della tua funzione, ti fai da parte (O se si preferisce fai "sì" con la testa a Giorgia Meloni).

È una regola non scritta, ma potentissima. E soprattutto contagiosa.

Perché da quel momento in poi non è più possibile sostenere che la stessa vicenda, con gli stessi ingredienti politici, possa avere esiti diversi a seconda del livello istituzionale. Non esiste una morale nazionale e una regionale. O meglio: esiste, ma dura pochissimo.

E allora il punto non è più se, ma quando.

Nel frattempo si guadagna tempo. Si parla di chiarimenti in aula, la prossima settimana. Si invoca la trasparenza differita. Si denuncia la tempistica sospetta. Si accusa l’opposizione di sciacallaggio. Tutto già visto.

È il repertorio classico della politica quando sa di aver perso il controllo della narrazione ma non è ancora pronta ad ammetterlo.

Poi, però, succede sempre la stessa cosa. Un passo indietro viene presentato come gesto di responsabilità. Una scelta personale. Un atto dovuto “nell’interesse delle istituzioni”. Le stesse parole, sempre le stesse.

E così anche questa storia, che oggi viene difesa con convinzione, domani verrà archiviata con compostezza.

Perché alla fine non è una questione di colpa. È una questione di peso. E questo peso, ormai, è diventato troppo grande per restare fermo. Troppo grande anche per il governatore Alberto Cirio.

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