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Bisteccheria, il caso si allarga: da Roma a Torino l’ombra del sistema Caroccia

Indagine per riciclaggio nella Capitale, ma la nascita della società a Biella apre un possibile filone in Piemonte. Il ruolo della figlia diciottenne, i passaggi di quote e il precedente legato al clan Senese: gli inquirenti valutano anche l’ipotesi di aggravante mafiosa.

Bisteccheria, il caso si allarga: da Roma a Torino l’ombra del sistema Caroccia

Del Mastro

Non è più solo una storia romana. E forse non lo è mai stata davvero. Perché mentre a Roma l’indagine sulla “Bisteccheria d’Italia” prova a ricostruire i contorni di un presunto sistema di riciclaggio che ruota attorno a Mauro Caroccia e a sua figlia Miriam, diciottenne, un altro fronte si prepara ad aprirsi più a nord, a Torino. Dove, senza annunci e senza conferme ufficiali, prende forma l’ipotesi di un fascicolo parallelo destinato a intercettare la stessa trama.

Il silenzio, in questi casi, dice molto più delle parole. A Palagiustizia non parla nessuno: magistrati, dirigenti, investigatori. Nessuno smentisce, ma nessuno conferma. È il tipo di vuoto che, in cronaca giudiziaria, raramente è casuale. E infatti il punto da cui tutto potrebbe ripartire è tutt’altro che secondario: la società “Le 5 Forchette Srl”, che gestisce il ristorante finito al centro del caso Delmastro, non nasce a Roma ma a Biella, il 16 dicembre 2024, nello studio del notaio Paolo Scola, estraneo ai fatti. Un dettaglio formale, ma sufficiente a spostare l’asse delle competenze e, forse, anche quello dell’inchiesta.

Il nome che tiene insieme i fili è sempre lo stesso: Mauro Caroccia. Condannato in via definitiva per aver fatto da schermo agli interessi del clan Senese, descritto nelle sentenze come uno dei terminali attraverso cui il denaro sporco veniva ripulito dentro il circuito dei ristoranti romani. Non un episodio isolato, ma un metodo. Ed è proprio questo precedente a rendere inevitabile – almeno come ipotesi investigativa – una domanda: quello schema si sta ripetendo?

Se la risposta fosse anche solo parzialmente positiva, l’aggravante mafiosa diventerebbe più di una suggestione. E con essa, il passaggio alla Direzione distrettuale antimafia di Torino, competente per i reati che si muovono in quell’area grigia dove economia e criminalità organizzata si sovrappongono. Nessuna certezza, per ora. Ma una direzione di marcia che negli ambienti giudiziari nessuno considera fantasiosa.

Poi c’è Miriam Caroccia. Diciotto anni. Amministratrice. Socia di riferimento. Una presenza che, più la si osserva, più solleva interrogativi. Da dove arrivano le risorse per entrare in un’operazione di questo tipo? Perché proprio lei? E soprattutto: che ruolo reale svolge dentro la società? Le risposte ufficiali non ci sono. Quelle investigative, per ora, restano ipotesi: una possibile intestazione di comodo, un meccanismo già visto, un modo per tenere ai margini – almeno formalmente – chi non poteva più esporsi.

Il passato giudiziario di Mauro Caroccia pesa in ogni passaggio. Condanna in primo grado, assoluzione in appello, nuova condanna dopo il ritorno dalla Cassazione. Alla fine, la conferma definitiva: i ristoranti non erano suoi, ma del clan. Un dato che non chiude la storia, ma la riapre ogni volta che compare un nuovo assetto societario.

delmastro

E infatti la partita non si gioca solo nei tribunali, ma anche dentro le carte delle società. Nel novembre 2025 Andrea Delmastro Delle Vedove, allora socio al 25%, avvia una manovra che ridisegna gli equilibri: le quote passano prima alla sua società, la G&G Srl, e poi a un’altra socia, Antonella Pelle. Un doppio passaggio che, a distanza di mesi, assume un peso diverso.

Il vero spartiacque arriva però il 5 marzo. Tutti gli altri soci escono. Le quote confluiscono in blocco nelle mani di Miriam Caroccia, che si ritrova a controllare l’intera struttura. Tra chi si sfila ci sono nomi che, in Piemonte, non passano inosservati: Cristiano Franceschini, segretario provinciale di Fratelli d’Italia e assessore a Biella; Davide Eugenio Zappalà, consigliere regionale; ed Elena Chiorino, vicepresidente della Regione e assessora nella giunta di Alberto Cirio. Una ritirata collettiva che, letta a posteriori, somiglia più a una presa di distanza che a una normale operazione societaria.

Al momento, per loro, non c’è nulla. Nessuna contestazione, nessuna accusa. E non potrebbe essere altrimenti senza la prova di una consapevolezza piena e di una partecipazione attiva a un eventuale disegno illecito. Ma se il fascicolo torinese dovesse prendere corpo, sarà inevitabile passare al setaccio ogni passaggio, ogni firma, ogni trasferimento di quote.

Intanto Roma va avanti. L’indagine sul riciclaggio resta lì, aperta, con i riflettori puntati sulla galassia economica che ruota attorno alla famiglia Caroccia. Torino osserva. E forse si prepara a entrare in scena. Perché quando una struttura societaria comincia a somigliare troppo a qualcosa che si è già visto, il dubbio non è più se guardare, ma dove guardare meglio.

E in questa storia, più la si segue, più sembra che i contorni non si restringano, ma si allarghino.

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