Con la morte di Gino Paoli se ne va oggi uno degli ultimi grandi protagonisti della stagione più alta della canzone d’autore italiana. Non solo un cantante, ma un autore che ha attraversato decenni senza mai adattarsi davvero alle etichette, mantenendo una coerenza rara.
Nato a Monfalcone nel 1934, cresciuto a Genova, Paoli è stato tra i volti centrali della cosiddetta scuola genovese, insieme a Fabrizio De André, Luigi Tenco, Umberto Bindi e Bruno Lauzi. Ma fin dall’inizio il suo percorso è stato diverso. Non cercava il successo: lo incontrava. Come lui stesso raccontava, iniziò quasi per caso, spinto da amici e produttori, quando lavorava come grafico pubblicitario.
Il passaggio alla musica non fu una vocazione romantica, ma una svolta concreta. “Per gioco”, diceva. Poi quel gioco diventò mestiere, e quel mestiere diventò una delle scritture più riconoscibili della musica italiana.
Il suo nome resta legato a brani che hanno attraversato generazioni: “Il cielo in una stanza”, “Sapore di sale”, “La gatta”. Canzoni che hanno ridefinito il rapporto tra musica e parola, portando dentro il pop italiano una profondità emotiva nuova, più intima, meno costruita.
Eppure la sua carriera non è mai stata una linea ascendente. Nel 1968, mentre la musica si politicizzava e il pubblico chiedeva impegno esplicito, Paoli scelse di fermarsi. Non per disinteresse, ma per coerenza. “Per me la vita è politica”, diceva. Non voleva trasformare la sua scrittura in slogan. Così uscì di scena, si allontanò, cambiò vita.

Ci furono anni difficili, segnati anche da cadute personali, tra cui il rapporto con la droga. Ma anche in questo Paoli non ha mai costruito una narrazione consolatoria. Ha raccontato la perdita di controllo come qualcosa di incompatibile con la sua idea di sé. E da lì è ripartito.
Il ritorno alla musica non fu trionfale, ma fragile. Emblematico l’episodio del concerto al Pincio, a Roma: pochi minuti sul palco, poi la fuga. Eppure il pubblico continuava a chiamarlo. Era il segno che quel legame non si era mai spezzato.
Al centro della sua opera c’è sempre stata una cosa: la parola. Paoli ne parlava come di una responsabilità. Non scriveva per intrattenere, ma per necessità. Credeva che la differenza tra arte e consumo stesse proprio lì: nell’urgenza di dire qualcosa di vero. Non a caso guardava con rispetto al Nobel assegnato a Bob Dylan, vedendo nella canzone una forma espressiva non inferiore alla letteratura.
Negli ultimi anni aveva provato anche a raccontarsi in forma diversa, con un’autobiografia arrivata tardi, quasi con fatica. Come se la pagina scritta, senza musica, fosse più esigente. “Buttavo via tutto”, diceva. Segno di una ricerca che non si è mai accontentata.
E poi ci sono i dettagli che costruiscono un ritratto: i dischi jazz ascoltati da ragazzo grazie ai soldati americani a Pegli, barattando pomodori per musica; i ricordi legati alle donne, sempre raccontati con pudore; una certa idea della cultura, lontana dalla retorica e dall’imposizione.
Gino Paoli è stato questo: un artista che ha sempre cercato una misura. Nella vita come nella musica. Senza inseguire il successo, senza rifiutarlo, senza farsene definire.
Oggi resta una discografia che non è solo memoria, ma ancora presente. Perché quelle canzoni non raccontano un’epoca: raccontano un modo di stare al mondo.
E forse è per questo che, anche adesso, sembrano non finire davvero.