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Centrodestra sotto shock: “Non ci aspettavamo questo scarto”, scoppia la resa dei conti interna

Tra accuse e silenzi, la sconfitta al referendum apre il caso Sud e divide la coalizione

Tajani

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Amarezza, sorpresa e tensioni interne. A poco più di un’ora dallo spoglio del referendum sulla giustizia, il centrodestra si ritrova a fare i conti con una sconfitta inattesa, segnata da un’affluenza record e da uno scarto più ampio del previsto a favore del No.

A dominare il clima nella coalizione è lo sgomento, alimentato soprattutto dal risultato nelle regioni del Sud, con Sicilia e Campania in testa, dove il No ha prevalso nettamente. A microfoni spenti si moltiplicano le critiche e le accuse incrociate tra alleati, mentre ufficialmente prevale il silenzio.

Nessun commento anche dalla famiglia Berlusconi. Da Marina a Pier Silvio, che nei mesi scorsi si erano esposti a favore del Sì definendo la riforma un’“occasione” per rafforzare “un'Italia civile democratica e moderna”, non arrivano dichiarazioni dopo il voto. Solo poche ore prima, Marina Berlusconi, uscendo dal seggio a Milano, aveva lasciato intendere fiducia nel risultato, affermando che avrebbe atteso “quando si sapranno gli esiti” per dedicarlo al padre.

Tra i leader, le prime reazioni arrivano in forma misurata. Il ministro e segretario di Forza Italia Antonio Tajani riconosce l’esito delle urne: «Il popolo sovrano si è espresso e noi ci inchiniamo alla sua volontà», sottolineando anche l’«alto grado di partecipazione» come segno di «una grande prova di democrazia». Poi rivendica l’impegno del partito: «abbiamo fatto tutto il possibile».

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Più sintetico il leader della Lega Matteo Salvini, che da Budapest dichiara: «Quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione», ribadendo però la linea politica: «Rimaniamo convinti, come milioni di italiani che meritano rispetto e gratitudine, che sia necessario migliorare il sistema della Giustizia. Anche per questo, il governo deve andare avanti con compattezza e determinazione».

All’interno della coalizione, la delusione pesa soprattutto su Forza Italia, storicamente impegnata sul tema della giustizia. Lo stesso Tajani insiste: «Noi abbiamo fatto tutto il possibile per far comprendere l'importanza di una riforma che avrebbe reso la giustizia più equa e l'Italia più libera», ringraziando militanti e volontari per «un impegno civico di straordinario valore».

Ma dietro le dichiarazioni ufficiali emergono tensioni. Tra gli azzurri si fa notare il dato del 18% di elettori di Forza Italia che avrebbe votato No, secondo il consorzio Opinio Italia, e il mancato coinvolgimento dei giovani.

«E' evidente che abbiamo sbagliato qualcosa e che questo è un cartellino giallo» ammette un esponente storico del partito, parlando di un segnale chiaro: «E' un avvertimento che qualcosa va cambiato».

Il nodo più critico resta però il Sud. Nonostante la presenza di amministratori di peso, come il governatore forzista in Sicilia e il sindaco di Palermo, il No ha superato il 60% nell’isola. Dubbi anche sulla tenuta in Campania e in parte in Calabria.

A sottolinearlo è anche il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè: «Io guardo a casa mia e guardo anche a quello che poteva essere fatto meglio», aggiungendo sulla Sicilia: «Quella è una sentinella dal punto di vista politico visto che lì si vota tra un anno».

Mulè prova a smorzare i toni: «nessun processo o critiche agli amici della maggioranza, non avrebbero nessun senso», ma le tensioni restano.

Nel mirino, secondo indiscrezioni interne, finiscono soprattutto gli esponenti di Fratelli d’Italia, con critiche rivolte alle dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio, della capo di gabinetto Giusi Bortolozzi e ai rumors sul sottosegretario Andrea Delmastro.

A sorridere è invece la Lega, che rivendica i risultati nelle regioni del Nord amministrate dal partito, come Veneto e Friuli Venezia Giulia.

Intanto, anche al Nord emergono segnali di preoccupazione: in Piemonte, guidato da Alberto Cirio, il Sì si è fermato al 46,5% contro il 53,5% del No.

Una sconfitta che apre interrogativi profondi nella coalizione e che potrebbe segnare l’inizio di una nuova fase politica, tra riflessioni interne e possibili riorganizzazioni strategiche.

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