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23 Marzo 2026 - 22:33
Giovani e moderati ribaltano il risultato
A determinare la vittoria del No al referendum sulla giustizia non è stato un solo fattore, ma una combinazione di dinamiche nuove e trasversali. Tra queste, il peso decisivo degli elettori cosiddetti “dormienti”, cittadini che solitamente non partecipano al voto ma che in questa occasione si sono mobilitati in massa.
Secondo diversi istituti demoscopici, questa fascia – stimata tra il 10% e il 15% dell’elettorato – si è espressa prevalentemente contro la riforma, con percentuali comprese tra il 57,7% e il 65%. Una partecipazione che ha contribuito a portare l’affluenza complessiva in Italia vicino al 59%, incidendo in modo significativo sul risultato finale.
Ma non è stato l’unico elemento. A pesare sono stati anche i distinguo interni al centrodestra, soprattutto tra gli elettori più moderati. Secondo il consorzio Opinio Italia, gli elettori di Forza Italia e Noi Moderati hanno votato sì nell’82,1% dei casi e no nel 17,9%, mentre tra quelli della Lega il sì si è fermato all’85,9% con un 14,1% di no. Più compatto l’elettorato di Fratelli d’Italia, con l’88,8% di sì e l’11,2% di no.
Nel centrosinistra le defezioni risultano più contenute: gli elettori del Pd hanno votato no nel 90,4% dei casi, quelli del M5s nell’87% e quelli di Avs nel 93,1%.
A spingere il fronte del No, secondo Lorenzo Pregliasco di Youtrend, è stata soprattutto una motivazione di fondo: «è stata l'idea di difendere la Costituzione (nel 61% dei casi)», ma anche una componente più politica: «indubbiamente anche un voto di opinione che ha due facce: quella dell'elettorato moderato preoccupato per il rischio di un'eccessiva concentrazione dei poteri sull'esecutivo e quella del voto di protesta, contro il governo».
Sempre secondo l’analisi di Youtrend, il 31% di chi ha votato contro la separazione delle carriere lo ha fatto proprio per esprimere opposizione al governo Meloni.
Determinante anche il fattore generazionale: i giovani si sono espressi in larga maggioranza per il No, anche grazie a campagne social particolarmente efficaci.
A livello territoriale, il No ha prevalso quasi ovunque, con l’eccezione di Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Veneto, dove ha resistito il Sì. Il fronte contrario alla riforma ha invece dominato anche in regioni amministrate dal centrodestra come Calabria, Lazio, Piemonte e Sicilia, con picchi significativi nelle grandi città: Napoli al 75%, Bologna e Palermo al 68%.
La vera linea di frattura si conferma quella dell’affluenza, più bassa al Sud e più alta nel Centro-Nord.
Il confronto con i dati delle politiche del 2022 restituisce un quadro complesso. I voti favorevoli alla riforma sono stati circa 12.448.047, leggermente superiori ai 12.300.244 ottenuti dalla maggioranza di governo alla Camera. Tuttavia, i No hanno raggiunto quota 14.461.074, superando nettamente i 11.671.900 voti complessivi raccolti allora da centrosinistra e M5s.

Per il sondaggista Antonio Noto, il dato chiave è chiaro: «in termini assoluti, il centrodestra e centrosinistra, salvo qualche sbavatura, hanno tenuto i loro voti. La novità è che a loro si è aggiunto un nuovo elettorato 'anti-partitico' che non aveva votato né alle scorse politiche né alle scorse europee ed ora è sceso in campo per il referendum».
Un elettorato che, secondo lo stesso Noto, difficilmente tornerà a votare per i partiti in futuro.
Sulla stessa linea anche il sondaggista Nicola Piepoli, secondo cui «il popolo si è opposto alla frantumazione del potere giudiziario», ma senza conseguenze dirette sull’esecutivo: «non è un colpo per il governo che è in sella e lavora. Queste è una vicenda chiusa senza strascichi».
Un risultato che fotografa un Paese attraversato da nuove dinamiche elettorali, dove il peso degli indecisi e degli elettori occasionali può rivelarsi decisivo.
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