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“Siamo stranieri anche a casa nostra”: Ece Temelkuran scuote l’Occidente e accende il dibattito

A Libri Come la scrittrice turca racconta gli esclusi del nuovo millennio: identità, solitudine e crisi della democrazia

Ece Temelkuran

Ece Temelkuran

Caro straniero. È da queste parole che prende forma il nuovo libro di Ece Temelkuran, Stranieri come te (Bollati Boringhieri), presentato in Italia durante Libri Come, la Festa del Libro e della Lettura dedicata alla parola-manifesto Democrazia.

La scrittrice, giornalista e commentatrice politica turca – seguita da quasi tre milioni di persone sui social e residente da dieci anni a Berlino, non potendo tornare in Turchia a causa delle sue idee – si rivolge non solo a chi è costretto a lasciare il proprio Paese, ma anche a chi si sente straniero nel luogo in cui è nato.

«Siamo diventati noi stessi degli estranei all'interno del paese in cui abitiamo e questo non perché abbiamo perso le nostre dimore, ma semplicemente perché non ci riconosciamo più nel posto in cui siamo nati e viviamo. Questo dovrebbe farci riflettere su quella che io definisco la modalità di sopravvivenza nella quale stiamo vivendo e renderci più umili» afferma Ece Temelkuran.

Il libro, scritto in forma epistolare, racconta gli esclusi del nuovo millennio e lo spaesamento diffuso che attraversa le società contemporanee, delineando la nascita di una nuova “nazione” di stranieri. Una riflessione che si inserisce in un contesto politico segnato da tensioni e derive.

«Questo pensiero è particolarmente importante oggi nel mondo occidentale, soprattutto visto l'avvento dell'estrema destra che punta proprio alla pancia delle persone e sta cercando di alimentare un razzismo nei confronti degli immigrati» spiega la scrittrice.

Alla base della scelta narrativa c’è il bisogno di sottrarsi al rumore contemporaneo: «C'è tantissimo rumore in giro in cui ognuno cerca di pubblicizzare se stesso e soprattutto parla solo ed esclusivamente di se stesso. In questo mondo improvvisamente così rumoroso ho deciso di sussurrare. Le lettere sono la forma più intima che hai per rivolgerti alle persone».

Un modo per raggiungere chi si sente escluso anche senza esserlo formalmente: «Volevo attirare l'attenzione di coloro che sono stranieri senza essere immigrati. Quando ti senti sconfitto, solo e non sviluppi la consapevolezza di far parte di un'enorme comunità ci possono essere degli effetti politici devastanti ed è per questo che io ho voluto scrivere una lettera rivolta ad ogni singolo straniero o persona che si senta tale, per far capire che fa parte di una comunità, il mio auspicio era che queste persone a cui rivolgevo la lettera poi potessero riconnettersi tra loro. Bisogna ridefinire il concetto di casa perché penso che questa sia l'unica soluzione per superare la crisi che stiamo vivendo».

Una riflessione che si estende anche allo scenario politico globale: «Trump è un piccolo uomo purtroppo con un sacco di potere, ma ritengo che oggi ci siano persone ben più forti e soprattutto ben più preziose di Donald Trump ed è su questo che dovremmo concentrarci. Se sei profondamente negativo, se sei profondamente pessimista, se hai perso ogni speranza, faresti meglio a tacere per evitare di rendere questa realtà ancora più tetra di quanto già non lo sia. Gli unici che oggi dovrebbero prendere la parola e farsi sentire sono coloro che cercano in qualche modo di rianimare una speranza nei confronti dell'umanità».

Nel libro emerge anche l’incontro con un rifugiato siriano, simbolo della fragilità e della resistenza umana: «mi ha raccontato che di notte non devi mai guardare le onde attorno a te, perché ti sembreranno sempre più grandi, più alte, più minacciose di quanto in realtà non siano. Devi rivolgere il tuo sguardo alle persone che ti circondano, se vuoi cercare di sopravvivere. Dunque, anche se abbiamo perso ogni speranza, forse dovremmo rivolgere il nostro sguardo, non tanto su noi stessi, quanto agli altri».

Nella nota finale, Ece Temelkuran cita anche Dirty Sally, personaggio di una serie tv americana degli anni Settanta, come figura simbolica nella costruzione del suo immaginario: «Dirty Sally ha profondamente formato la mia infanzia un po' come se fosse stato il mio primo idolo, la persona alla quale mi sono ispirata. Le avevo dedicato un capitolo, tolto dal libro perché oggi pochi la ricordano, a parte forse quelli della mia generazione (si può vedere su Youtube) in cui la utilizzavo come espediente per riflettere sul concetto di casa. Forse già all'epoca avevo deciso che non è che sarei fuggita, ma avrei scelto io di andarmene via. Stando lontana dalla Turchia sono arrivata alla conclusione che per me un paese è come un tavolo attorno al quale si riuniscono tanti amici e mi piacerebbe pensare di essere in grado di portarlo ovunque io vada».

La scrittrice sarà il 23 marzo a Torino e il 24 marzo a Venezia, proseguendo il suo tour italiano.

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