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21 Marzo 2026 - 18:54
Giorgio Zigiotto
C’è una cosa che a Settimo Torinese funziona sempre: "tagliare". Tagliare nastri, tagliare spese e "tagliare alberi". Piantare, invece, è più complicato. Bisogna poi curare, dare acqua. Richiede tempo, pazienza, e soprattutto memoria. Qualità che la l'Amministrazione comunale guidata dalla "visionaria" Elena Piastra maneggia con cautela, quando non proprio con sospetto.
A Settimo Torinese, tra corso Piemonte e via Cascina Nuova, la storia è tutta qui: gli alberi c’erano e non ci sono più. Alcuni abbattuti, altri morti. Fine. Sipario. Nessuno li ha sostituiti.
Eppure non siamo in mezzo al nulla. Siamo in una zona con traffico pesante, scuole, studi medici, fermate dell’autobus. Insomma, il classico posto dove le persone respirano — o almeno ci provano. E dove un albero non è un vezzo paesaggistico, ma un servizio pubblico.
Le immagini raccontano meglio di qualunque delibera: tronchi monchi, rami secchi, ceppi abbandonati tra l’erba alta. Più che verde urbano una schifezza da terzo mondo nella città che tutto il mondo ci invidia.
Resti di qualcosa che c’era, e che nessuno ha avuto la premura – o la voglia – di riportare in vita.
Da qui parte l’interpellanza di Fratelli d’Italia, primo firmatario Giorgio Zigiotto. E la domanda è disarmante: "Avete intenzione di rimettere gli alberi oppure no?".
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Ma siccome la politica ama complicare anche le cose semplici, la domanda viene tradotta in burocratese: "pianificazione urbana per mitigare l’isola di calore, tempistiche per la messa a dimora".
Tradotto: fa caldo, si respira male, piantate qualcosa e diteci quando.
Il punto non è nemmeno la risposta – che arriverà, forse, sotto forma di calendario, studio preliminare, tavolo tecnico. Il punto è il tempo che passa tra un albero tagliato e uno ripiantato. Che a Settimo, evidentemente, tende all’infinito, basti a tutti un giro al Parco Berlinguer con gli alberi che chiedono "pietà" e tanta compassione.
E così succede una cosa curiosa: si parla di transizione ecologica, di sostenibilità, di città verdi. Poi però il verde vero, quello che sporca le scarpe e fa ombra alle persone, c'è solo nelle cartine.
Alla fine resta il ceppo. Che è una metafora perfetta: qualcosa che c’era, che è stato tolto, e che nessuno ha davvero intenzione di sostituire in fretta. Non per cattiveria, probabilmente. Più per quella forma di inerzia che lascia il segno.
E il segno, in questo caso, è l’assenza. Che – come spesso accade – pesa più di qualunque presenza.
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