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21 Marzo 2026 - 18:33
Cospito, il conto alla rovescia del 41 bis: tra proroga e nuove tensioni
Dal carcere di Bancali, a Sassari, Alfredo Cospito scandisce il tempo con l’orizzonte fisso del 4 maggio. In quella data scadrà il regime di 41 bis cui è sottoposto dal 2022, misura eccezionale applicata nell’ambito dell’esecuzione della condanna a 23 anni inflittagli per reati di terrorismo. Una scadenza che, tuttavia, potrebbe rivelarsi solo formale: il Ministero della Giustizia ha infatti la facoltà di prorogare il regime detentivo speciale per ulteriori due anni.
In tal caso, la difesa – rappresentata dall’avvocato Flavio Rossi Albertini – sarebbe pronta a impugnare il provvedimento davanti al Tribunale di sorveglianza di Roma, aprendo un nuovo capitolo giudiziario in una vicenda che da tempo travalica i confini delle aule di tribunale.
Intorno alla figura di Cospito, la galassia anarchica ha già riattivato una rete di mobilitazione. Da alcune settimane, tra Toscana e Romagna, si moltiplicano iniziative di sostegno: presidi sotto le carceri, distribuzione di volantini, eventi musicali finalizzati alla raccolta fondi.
A Roma è stata annunciata una manifestazione nazionale per il 18 aprile, preceduta da un’assemblea pubblica il 10 dello stesso mese. Al centro delle proteste, ancora una volta, le condizioni di detenzione del militante anarchico, definite «sempre più dure» in comunicati diffusi nell’area di riferimento.
Secondo queste denunce, a Cospito sarebbe impedito l’accesso a libri anche privi di contenuti politici, la corrispondenza subirebbe un livello crescente di censura e verrebbero limitati persino beni di uso quotidiano, come la farina per fare il pane. «Un accanimento – si legge in uno dei testi circolati – che risponde alla volontà di chiudere ogni spazio di dissenso, da quello radicale a quello consentito».
Il clima di tensione non riguarda solo il detenuto. Nel giugno 2025 lo stesso avvocato Rossi Albertini è stato segnalato al Consiglio dell’Ordine degli avvocati dalla direzione del carcere di Sassari per aver salutato il proprio assistito con una stretta di mano e un bacio sulle guance.
Un gesto ritenuto non conforme alle regole del regime detentivo speciale, ma che la difesa ha rivendicato come espressione di umanità. Il procedimento disciplinare, a oggi, non ha ancora prodotto esiti, mentre nel frattempo l’avvocato ha ricevuto il sostegno dell’Unione delle Camere penali. Sullo sfondo resta il tema, più ampio, dei limiti imposti ai rapporti personali: alla sorella di Cospito, ad esempio, è consentito un solo colloquio mensile, della durata di un’ora, attraverso un vetro divisorio e con comunicazione tramite citofono.
Il caso Cospito ha già conosciuto momenti di forte esposizione mediatica e politica, in particolare tra il 2022 e il 2023, quando il detenuto intraprese un lungo sciopero della fame per protestare contro il 41 bis. In quella fase, gruppi anarchici internazionali diedero vita a una serie di azioni dimostrative e attentati, dal Sudamerica all’Indonesia, in segno di solidarietà. È anche alla luce di quei precedenti che le forze dell’ordine stanno monitorando con attenzione la nuova ondata di mobilitazione, temendo possibili derive violente.
Alcuni segnali, in tal senso, sono già emersi. A Spoleto, in Umbria, è stato recentemente diffuso un volantino con lo slogan: «Sabotiamo il fronte interno supportando i prigionieri della guerra sociale». Un linguaggio che richiama apertamente la retorica dell’azione diretta e che contribuisce ad alimentare le preoccupazioni degli apparati di sicurezza.
Resta invece il silenzio, negli ambienti anarchici, sulla morte di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, i due attivisti deceduti in seguito a un’esplosione, probabilmente mentre stavano confezionando un ordigno. Mercogliano era stato tra gli imputati del maxi-processo torinese legato al cosiddetto “gruppo Cospito”, dal quale era però uscito assolto in appello dall’accusa di associazione terroristica. Un elemento che aggiunge ulteriore complessità a una vicenda già densa di implicazioni giudiziarie, politiche e sociali, destinata a restare al centro del dibattito pubblico anche nelle prossime settimane.
Respingono qualsiasi gerarchia ed è difficile classificarli. Di loro si parla come 'rete' o 'galassia', ovvero di una entità diffusa pronta però ad unirsi su obiettivi specifici, per poi tornare a disgregarsi nei tanti distinguo dei vari gruppi. Anche per questo gli anarchici sono la minaccia più concreta - sottolineava un paio di settimane fa la relazione annuale dell'intelligence -, come dimostrato dai recenti sabotaggi alle linee ferroviarie per protestare contro le Olimpiadi di Milano Cortina.
E l'attenzione è alta, aveva assicurato il direttore dell'Aisi Bruno Valensise, anche sulle manifestazioni di piazza e sulle reazioni dell'eterogenea area antagonista all'attacco in Iran per cogliere eventuali tentativi di saldature tra ambienti diversi. Una delle questioni che è capace di unire le varie anime è la solidarietà ai detenuti, l'antifascismo, la lotta per la casa. La transnazionalità di alcune battaglie rende più complesso il lavoro delle intelligence.
Alle formazioni storiche oggi si affiancano cellule clandestine. In primo piano nel panorama degli anarchici oggi ci sono la figura di Alfredo Cospito e sigle come la Fai-Fri, Federazione Anarchica Informale - Fronte Rivoluzionario Internazionale, che negli anni si è ramificata sul territorio. A novembre del 2025 la Casa Bianca aveva inserito questa sigla nella lista nera dei gruppi terroristici.
Alessandro Mercogliano, 53 anni, era stato processato per azioni a sfondo terroristico a Torino. Era tra coloro che erano accusati di avere dato vita ai gruppi autori di una quantità di "azioni dirette" (dagli ordigni ai plichi esplosivi) contro politici, giornalisti, forze dell'ordine. Condannato in primo grado fu poi prosciolto dalla Corte d'assise d'appello: "il quadro probatorio presenta una indubbia insufficienza", avevano decretato i giudici. Nel passato di Mercogliano c'è anche l'indagine sull'attentato al manager di Ansaldo Energia Roberto Adinolfi, gambizzato a Genova da Alfredo Cospito e Nicola Gai nel 2012. L'anarchico era stato sospettato di avere rubato e poi nascosto il motorino usato per l'aggressione; ma non essendoci prove questo caso fu archiviato.
Anche Sara Ardizzone aveva affrontato un processo, lo scorso anno a Perugia nell'ambito dell'inchiesta Sibilla, rispetto al quale era stata prosciolta. "Sono anarchica. Come anarchica sono nemica di questo Stato come d'ogni altro Stato", aveva detto nell'aula del tribunale. Aveva mosso i primi passi nei circoli anarchici umbri, a Spoleto e a Foligno (La Faglia), per poi tornare a Roma, la sua città d'origine.

Alfredo Cospito è detenuto in forza di una condanna definitiva a 23 anni per reati di terrorismo legati alla sua militanza nell’area anarchica insurrezionalista, un filone che teorizza e pratica l’azione diretta contro obiettivi istituzionali ed economici.
Il procedimento più rilevante riguarda l’attentato del 2006 alla scuola allievi carabinieri di Fossano, in provincia di Cuneo. In quell’occasione furono collocati due ordigni esplosivi davanti alla caserma: le bombe esplosero senza provocare vittime, ma l’azione venne considerata di particolare gravità per il contesto e l’obiettivo scelto. Dopo un lungo iter giudiziario, la Corte di Cassazione ha riqualificato il fatto come strage contro la sicurezza dello Stato, una delle fattispecie più severe previste dal codice penale.
A questo episodio si aggiunge il ferimento, avvenuto nel 2012 a Genova, dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi, colpito alle gambe in un attentato rivendicato dallo stesso Cospito. Un’azione che si inseriva nella strategia di attacco a figure simboliche del sistema industriale.
Secondo la magistratura, il ruolo di Cospito non si limiterebbe alla partecipazione diretta agli attentati, ma si estenderebbe alla diffusione di contenuti e strategie capaci di influenzare l’area anarchica radicale anche dall’interno del carcere. È proprio sulla base di questa valutazione che, nel 2022, il Ministero della Giustizia ha disposto nei suoi confronti il regime di 41 bis, il cosiddetto carcere duro, finalizzato a interrompere ogni possibile collegamento con l’esterno.
Una misura che, nel suo caso, ha acceso un ampio dibattito politico e giuridico, dividendo opinione pubblica e istituzioni tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti dei detenuti.
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