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Chiorino...? Il problema non è la bistecca

Quando la memoria diventa terreno di scontro: il caso "Bisteccheria" rischia di oscurare la lettura dei millecentodiciassette nomi delle vittime

Chiorino...? Il problema non è la bistecca

Elena Chiorino

Ci sono giorni in cui la politica dovrebbe solo stare zitta. Martedì prossimo sarà uno di quelli. E invece no.

Perché mentre in Consiglio regionale del Piemonte si dovrebbero leggere, uno per uno, i nomi delle 1.117 vittime innocenti delle mafie, lì dentro si discuterà d’altro. Non di loro, ma di chi resterà seduto e di chi si alzerà. Non della memoria, ma dell’imbarazzo. Non del perché si leggono quei nomi, ma del "se sia il caso di farlo" con questa storia che incombe.

E così succede che la giornata più solenne diventa la più scomoda. Che il momento pensato per ricordare si trasformerà in un problema politico. E che, ancora una volta, le istituzioni riusciranno nell’impresa più difficile: mettere in secondo piano le vittime proprio mentre le stanno nominando.

Il punto è semplice, e proprio per questo complicato: le Opposizioni minacciano di alzarsi e uscire, di lasciare i banchi vuoti, se la vicepresidente Elena Chiorino non si presenterà a spiegare cosa è successo davvero nel cosiddetto “caso Bisteccheria”. Non una questione secondaria, non una polemica da social, ma una di quelle vicende che hanno la fastidiosa abitudine di intrecciare politica, affari e nomi che con la parola mafia non dovrebbero mai incrociarsi.

Del Mastro

Del Mastro

«Se la giunta non viene a riferire, usciremo dall’aula», avverte la capogruppo Pd Gianna Pentenero. «Non ci mettiamo a fare da paravento leggendo i nomi», rincara Alice Ravinale di Avs. Tradotto: la memoria non può essere usata come scenografia mentre qualcuno fa finta di niente.

Il Movimento 5 Stelle mette subito le cose in chiaro: la commemorazione non si tocca. Anzi, semmai si rafforza. È una loro battaglia, rivendicano, quella di aver introdotto con un emendamento la giornata regionale della memoria e dell’impegno. E quindi, se qualcuno pensa di sospendere la lettura dei nomi per evitare imbarazzi, la risposta è pronta: ci penseremo noi, sotto Palazzo Lascaris. Non è una minaccia, è una promessa. E insieme alla promessa, un avvertimento politico altrettanto netto: senza chiarimenti, verrà chiesto un passo indietro a Chiorino e al consigliere Davide Zappalà. Perché, spiegano, in un momento come questo “non c’è scusa che tenga”.

Il problema, naturalmente, non è la cerimonia in sé. È tutto quello che le gira attorno. Perché mentre si preparano i fogli con i nomi delle vittime, da leggere a turno tra maggioranza e opposizione, tra quei consiglieri che dovrebbero rappresentare la dignità delle istituzioni c’è anche Zappalà. E Zappalà, insieme a Chiorino, al sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, al segretario biellese di Fratelli d’Italia Cristiano Franceschini e ad altri nomi dell’area, compare tra i soci di una società – Le 5 forchette srl – che ha aperto a Roma, sulla Tuscolana, la “Bisteccheria d’Italia”. Carne alla brace, filetti sulla pietra lavica, polpette all’amatriciana. Un ristorante come tanti, apparentemente. Ma non è il menu il problema.

Il problema è chi siede al tavolo societario. Perché tra i soci c’è anche Miriam Caroccia, diciottenne, figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva a quattro anni per intestazione fittizia con l’aggravante mafiosa, ritenuto vicino al clan dei Senese, quello di Michele “o’ pazzo”, che la Cassazione ha riconosciuto come organizzazione mafiosa strutturata, capace di controllo del territorio e di intimidazione. E a quel punto la storia cambia registro.

Non è più la cronaca di un investimento sbagliato. È una questione politica. Perché i passaggi sono lì, nero su bianco: la società nasce a Biella nel dicembre 2024, quando il processo che riguarda Caroccia è già in una fase avanzata; a gennaio 2025 la Corte d’Appello ribadisce le condanne; ad aprile apre il ristorante; a novembre Delmastro sposta le quote su un’altra sua società; tra dicembre e gennaio quella stessa società esce; il 5 marzo escono anche gli altri soci, lasciando l’intera impresa proprio a Miriam Caroccia. Nel frattempo, a febbraio, la Cassazione mette il timbro definitivo: il clan dei Senese è mafia. Tutto questo mentre, a Biella, quella cordata non era esattamente un segreto.

E allora la domanda resta lì, appesa e ingombrante: davvero nessuno sapeva? Davvero nessuno ha ritenuto necessario porsi il problema prima, molto prima, che la questione diventasse pubblica? La difesa è quella già sentita: non sapevamo, e appena saputo siamo usciti. Delmastro lo ha rivendicato come prova di rigore. Ma il punto, qui, non è l’uscita. È l’ingresso. È il fatto che quella scelta sia stata fatta, che quella società sia nata, che quella relazione sia esistita.

Le opposizioni insistono su questo. Non basta uscire quando la cosa diventa scomoda, bisogna spiegare perché si è entrati. E bisogna farlo in aula, non con qualche frase di circostanza. Anche perché, nel frattempo, emergono altri elementi che complicano il quadro: la mancata comunicazione delle quote societarie, contestata formalmente da Avs con una diffida al presidente del Consiglio regionale; le dichiarazioni patrimoniali che non riporterebbero alcune partecipazioni; il sospetto, insomma, che la vicenda non sia solo politicamente imbarazzante, ma anche amministrativamente opaca.

Intanto il palazzo osserva e prende tempo. Chiorino parla poco, Zappalà non parla affatto. Il presidente Alberto Cirio è a Bruxelles, ufficialmente per la commissione Civex del Comitato europeo delle regioni, mentre qualcuno, con una certa ironia, nota che la coincidenza non è delle peggiori. Lui, che in questi giorni ha mantenuto una distanza quasi chirurgica dalla vicenda, prepara però un annuncio: un protocollo con procure e prefetture per sostenere i testimoni di giustizia, da far coincidere proprio con la giornata della memoria. Una risposta istituzionale a una crisi politica. Funzionerà? Dipende da quanto sarà credibile.

Nel frattempo la scena resta occupata da Chiorino. Non solo per quello che è oggi, ma per quello che potrebbe essere domani. La sua ascesa è stata rapida, tutta interna a quel cerchio stretto che ruota attorno a Delmastro, da Ponderano alla vicepresidenza della Regione, sempre nel listino, sempre per designazione. Un percorso che racconta un rapporto politico solido, che oggi diventa inevitabilmente anche un elemento di responsabilità.

E poi ci sono i dettagli, quelli che fanno la differenza tra una storia qualunque e una storia che resta. Il Capodanno di Rosazza, lo sparo, le testimonianze, Zappalà presente ma “non alle parti importanti”. I soci biellesi, tra cui Donatella Pelle, moglie di un avvocato molto attivo in città, con una lunga carriera tra procedure esecutive e operazioni immobiliari rilevanti. Un intreccio di relazioni che racconta un mondo piccolo, compatto, abituato a muoversi insieme. Troppo insieme, forse.

E così si arriva a martedì. All’aula, ai nomi, alla memoria. Ma anche alle sedie vuote, alle minacce di uscita, alla possibilità concreta che quella cerimonia – pensata per unire – diventi un campo di battaglia. Il Movimento 5 Stelle dice che, se servirà, quei nomi li leggerà comunque, fuori. E forse è questa l’immagine più potente: la memoria che esce dal palazzo perché il palazzo non riesce a reggerla.

Perché alla fine la questione non è la bistecca, non è il ristorante, non è nemmeno la società. È capire se chi rappresenta le istituzioni è ancora in grado di distinguere tra ciò che si può fare e ciò che non si dovrebbe nemmeno sfiorare. E se, quando quella linea viene superata, è disposto a fermarsi, spiegare e, se necessario, farsi da parte.

Altrimenti resterà una scena difficile da dimenticare: millecentodiciassette nomi letti in un’aula attraversata dal sospetto. E una politica che, proprio nel giorno in cui dovrebbe parlare di mafia, finisce ancora una volta a parlare di sé.

Chiorino: il problema non è la bistecca!

Il problema non è la bistecca.
E già questo è un progresso: almeno una cosa è innocente.

Il problema è che a un certo punto qualcuno ha deciso che fosse tutto normale.
Non giusto, non opportuno: normale. Che è la parola più pericolosa della politica, perché quando qualcosa diventa normale smette di essere guardato.

Normale fare società tra amici. Normale mescolare incarichi pubblici e iniziative private. Normale non farsi troppe domande, perché le domande hanno un difetto: arrivano prima delle scuse.

E infatti le scuse arrivano dopo. Sempre dopo.

La formula è collaudata: non sapevamo.
Una frase che in politica dovrebbe essere vietata per eccesso di utilizzo. Non sapevamo chi, non sapevamo cosa, non sapevamo perché. Si sa sempre tutto, tranne quello che serve sapere.

Poi, appena si scopre, scatta il rigore.
Tutti fuori, tutti puliti, tutti molto etici.
Una conversione fulminea, quasi mistica. Peccato che arrivi sempre quando qualcuno ha già acceso la luce.

Il punto non è che si esce.
Il punto è che si entra.

Ma su questo la politica è sempre distratta. Entra con leggerezza, esce con solennità. E nel mezzo non succede niente, ufficialmente.

Poi c’è il passaggio più interessante: la trasformazione del problema.
Non è più quello che è successo, ma chi lo racconta. Non è la scelta, è la polemica. Non è l’imbarazzo, è il fastidio di doverlo gestire.

È una tecnica semplice: se non puoi difendere i fatti, metti in discussione chi li guarda. Funziona quasi sempre. Quasi.

Resta però una domanda che continua a fare rumore, anche quando tutti fanno finta di non sentirla: davvero non è venuto il dubbio a nessuno? Nemmeno per sbaglio? Nemmeno per istinto?

Perché il problema non è la legalità.
La legalità, in questi casi, arriva sempre dopo ed è molto educata: o c’è o non c’è.

Il problema è tutto quello che sta prima.
Quella zona grigia che una volta si chiamava prudenza e oggi si chiama sfortuna.

E infatti, a sentire le spiegazioni, sembra sempre che sia andata così: una sfortuna. Un caso. Una coincidenza. Una di quelle cose che capitano.

Capitano sempre agli altri, di solito.
Qui invece no.

E allora no, il problema non è la bistecca.
La bistecca non decide, non valuta, non firma.

La bistecca, al massimo, si gira.

Qui invece no. Qui si è andati dritti.

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